L’incubo peggiore è quello di trovarsi murato, senza luce e privo di aria, all’interno di un loculo. Lo sanno bene le famiglie rom che per più di 3 anni sono state concentrate dal Comune di Roma in un magazzino senza finestre lungo la via Tiburtina dal nome beffardo “Best House Rom”. Diversi esponenti istituzionali hanno inutilmente provato a descrivere la tragicità della loro condizione. “Si tratta di loculi – dichiarò undici mesi fa dopo averlo visitato il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato – al cui interno dei neon di grandi dimensioni producono luce artificiale e calore intollerabile”. “Qui mancano i diritti umani – aveva sottolineato l’anno prima la senatrice Manuela Serra in visita nella struttura – E’ un anno che ci occupiamo di campi rom e non ho mai visto niente del genere”. Nel gennaio 2015 l’allora assessore Danese aveva definito il “Best House Rom” un “mostro” promettendone la chiusura entro i due mesi successivi. Seguì il nulla.

Best House Rom

La struttura nasce nell’estate 2012 con una determinazione a firma del dirigente Angelo Scozzafava su cui oggi pende l’accusa di associazione mafiosa e corruzione aggravata. La gestione viene affidata alla Cooperativa Inopera che, in accordo con l’Ufficio Nomadi di Roma, stabilisce le regole al quale si dovranno adeguare le famiglie accolte: non si può cucinare, dopo le 23,00 non si può uscire, a nessuno è consentito ricevere visite. Chi non rispetta le regole è fuori; lo è anche chi denuncia cosa accade all’interno. L’edificio è blindato per evitare di far trapelare al di fuori la condizione di vita di nuclei stipati in “loculi” di 12 mq dove non si respira e l’unica luce che si vede è quella prodotta dai neon. Non si può però evitare di nascondere che nel solo 2014, il Best House Rom sia costato circa 2,8 milioni di euro, pari a una spesa di 650 euro al mese per ogni ospite, mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il Comune abbia speso oltre 150 mila euro. Il 93% delle risorse è stato usato per la sola gestione della struttura mentre nulla è stato destinato all’inclusione sociale. Dei quasi 3 milioni di euro non un centesimo è andato ai rom, le “galline dalle uova d’oro”, o meglio, come avrebbe parafrasato Salvatore Buzzi, “coloro su cui si guadagna più del traffico di droga”.

La gestione del Centro, nato con carattere temporaneo, viene prolungata dal dirigente di turno con ripetuti affidamenti diretti. Il 7 luglio 2015, a seguito di un esposto presentato dall’Associazione 21 luglio, l’Anticorruzione di Raffaele Cantone apre un fascicolo nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla Cooperativa Inopera e contesta al Campidoglio di aver contravvenuto al principio di trasparenza. Quattro mesi dopo, 25 novembre 2015, il Comune di Roma, a seguito di interdittiva antimafia, dispone l’annullamento della convenzione con l’ente gestore. Ai 140 rom ospiti non si parla di “mafia” ma viene presentata una versione diversa. Le forze dell’ordine notificano infatti ad ogni famiglia la disposizione che “in considerazione della necessità di rimodulazione dell’accoglienza […] è formalmente dimesso dal Centro di accoglienza. Voglia pertanto lasciare liberi da cose e persone gli spazi a lei assegnati entro e non oltre il 30 novembre 2015”.

I criteri di dimissione decisi dal Comunale sono arbitrari: novanta persone sono destinate al centro di via Salaria, altra struttura fuori legge della Capitale gestita dalla Casa della Solidarietà, commissariata nel luglio scorso dal prefetto Gabrielli. Per i cinquanta rom rimanenti non c’è altra soluzione prevista che la strada. Tra loro più di venti bambini, donne incinte, anziani.

Gli abitanti del “Best House Rom” sono stati per anni a Roma la “gallina dalle uova d’oro” da rinchiudere, assistere, salvaguardare da quanti, in nomi dei diritti umani, hanno cercato di fare la verità. Ora non lo sono più e per loro, trattati come stracci inutili, non resta che la strada.

Alla vigila del Giubileo la priorità per gli amministratori della Capitale è scrollarsi il “puzzo della mafia”, anche a costo di lasciare al proprio destino quella porzione di umanità emarginata sui quali la criminalità romana, quella dei colletti bianchi, ha tratto consenso elettorale e guadagno economico. La stessa porzione fatta di uomini e donne che, senza remore, continuiamo a colpevolizzare come i principali responsabili di una inclusione mancata.