copI nostri fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono innocenti. Questa è la tesi forte e circostanziata che emerge dall’inchiesta giornalistica di Toni Capuozzo Il segreto dei marò (Ed. Mursia) il quale in questo modo spiega il perché sino a questo momento l’India non sia riuscita a rinviare a giudizio i due italiani. Prima dello stop decretato dal Tribunale internazionale di Amburgo. Il problema è che non ci sono prove sufficienti e quelle raccolte sono ambigue e traballanti, figlie di un affaire politico-economico più che di un’inchiesta condotta in modo serio ed imparziale. Così mentre tutta l’informazione, la politica e anche l’Accademia è avviluppata a chiedersi se ci fosse oppure no l’“immunità funzionale”, se l’India avesse o meno giurisdizione, nessuno è mai davvero sceso a fondo per valutare circostanze e fatti di quanto accadde davvero nel mare delle Laccadive il 15 febbraio del 2012. Una verità che probabilmente non sapremo mai affondata e abbandonata su una spiaggia del Kerala come lo scheletro crivellato del peschereccio St. Antony sul quale non è stata mai fatta una seria perizia.

La ricostruzione di Capuozzo, specialmente quando arriva a conclusioni personali, si può condividere o meno, in alcuni passaggi addirittura confutare, ma il “segreto” di cui parla appare limpido e lampante, proprio come quello di “Pulcinella”: le indagini sono state condotte male. Non si tratta qui di essere innocentisti o colpevolisti, ma di analizzare i fatti, le circostanze: per primo l’orario in cui è avvenuto il fatto. Su questo Italia e India concordano, l’evento si è determinato tra le 16 e le 16.30, ma più che una certezza da parte indiana pare più un compromesso perché l’orario contrasta con quanto affermato dal comandante del St. Antony Freddy Bosco il quale una volta arrivato a terra dichiara di fronte a testimoni e telecamere che il fatto si è svolto alle 21.30, cioè ben cinque ore dopo. Più tardi il comandante ritratterà e a riprova consegnerà alla polizia del Kerala (ma solo otto giorni dopo l’incidente!) il Gps (strumento che segna e indica la posizione) nel quale le rotte delle due unità coincidono. Ma anche sulla posizione qualcosa non torna, perché, inizialmente, sempre a caldo Bosco aveva dichiarato che la sua imbarcazione si trovava a 14 miglia dalla costa e non a 20,5 miglia, posizione accertata della Lexie. Ci sono ben sei miglia di differenza tra i due punti e per un peschereccio che va a 6 nodi vogliono dire un’ora di navigazione.

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Le testimonianze del capitano indiano e quelle dei marò contrastano anche sulle modalità e la durata della sparatoria. Il primo riferisce che è durata due minuti, una vera valanga di fuoco, circostanza che non si concilia con le tre raffiche dichiarate dai marò a bordo della Lexie, del resto, confortate dalla conta delle munizioni mancanti tra quelle in dotazione al team. Nell’analisi delle dichiarazioni contrapposte sembra che nessuno delle due parti abbia davvero riconosciuto e identificato l’altra (eppure erano le 16.30 in pieno giorno) Freddy Bosco non riconosce il nome della nave, ma solo il colore rosso e nero (il nome lo ricorderà, in seguito) e dal canto loro gli stessi fucilieri di marina e il vice comandante della Lexie non riconoscono nel St. Antony l’unità sulla quale hanno fatto fuoco. E ciò vorrebbe dire che i nostri non solo mentono spudoratamente, ma che non sanno distinguere un peschereccio da una unità pirata lanciata a 20 nodi (e non a 8-10 nodi come il St. Antony) dove per di più avvistano anche degli uomini armati ad una distanza di non più di 40-50 metri.

La perizia balistica può essere l’elemento decisivo di qualunque processo, ma anche qui ci sono forti dubbi, la prima è svolta dal professore indiano Sasikala che trova un proiettile nel cranio di Valentine Jelastine e l’altro nel petto di Ajesh Binki fornendo tre misure 3,1 cm di lunghezza, due centimetri di circonferenza sulla punta, 2,4 sopra la base. Una semplice operazione di calcolo sulla base di questa circonferenza fornisce un calibro che è dato dal diametro 7,64 millimetri, dunque la misura fornita è molto vicina al calibro 7,62 che è un calibro Nato ma anche di molte armi dell’ex Patto di Varsavia. Un calibro molto distante dal 5,56 delle armi in dotazione ai Fucilieri del “San Marco”. Questa autopsia venne poi smentita da un accertamento affidato all’Ufficio del direttore del laboratorio di scienza del Kerala.

Per mettere un punto alla vicenda si sarebbe potuto analizzare il St Antony che rappresenta un reperto giudiziario a tutti gli effetti, ma poco tempo dopo l’incidente viene dissequestrato. Il capitano Bosco dopo aver recuperato quel che gli poteva tornare utile lascia il peschereccio affondare attraccato a un molo sino a che in giugno una squadra lo trascina a riva con funi e carrucole. Il natante è tuttora custodito sulla spiaggia nei pressi del posto di polizia esposto alle intemperie e probabilmente inutile.

Una buona indagine deve poi seguire tutte le possibili piste, e nessuno si è realmente interessato di una nave che transitava in quel momento nelle acque indiane e che, come la Lexie , ha subito un attacco pirata lo stesso giorno, solo qualche ora più tardi. Parliamo della Olympic Flair che batte bandiera greca e che nella sera del 15 febbraio ha riportato alle autorità indiane di aver subito un attacco pirata. Non viene neppure contattata anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana. “Neanche un’ora dopo aver invitato la Lexie – scrive Capuozzo – a puntare su Kochi la Guardia Costiera indiana riceve – sono le 22.20 – un messaggio dal Piracy Reporting Centre di Kuala Lumpur la petroliera greca Olympic Flair ha denunciato di aver subito un attacco pirata mentre era all’ancora a sud ovest di Kochi. Circa 20 pirati su due imbarcazioni hanno cercato di abbordare la nave avvenuto prima delle 22,20 e c’è il dettaglio delle due imbarcazioni dei pirati che lascia pensare ad un tragico equivoco una barca pirata contro la nave greca e il St Antony preso nel mezzo”.

L’AIS della petroliera greca è spento non si può localizzare né rilevare la rotta, solo grazie al lavoro di Ennio Remondino, allora corrispondente Rai, è arrivata l’ammissione che a bordo della Olympic Flair c’era personale armato contractor dell’agenzia Diaplous.

Quante circostanze ancora da accertare! Sulle quale probabilmente non indagherà nessuno perché il tribunale di Amburgo si limiterà a questioni di diritto internazionale, si arriverà forse ad un accordo lasciando su questa vicenda un’ombra cupa e colpevolista che l’ha connotata sin dal principio. Quando questa triste vicenda sarà terminata e qualcuno leggerà a posteriori “Il segreto dei marò” potrà avere uno spaccato preciso dell’epoca che stiamo vivendo nella quale la crisi non è solo economica, ma è tale perché si sono messi in gioco o svenduti quei valori sui quali si basa la nostra identità come Paese, i pilastri sui quali si regge il tempio.