Andy Murray come Fred Perry: la storia è compiuta. Dopo aver riportato nel Regno Unito il torneo di Wimbledon nel 2013, lo scozzese restituisce alla Gran Bretagna la Coppa Davis, a 79 anni di distanza dall’ultimo trionfo. Era il 1936, il trofeo si chiamava International Lawn Tennis Challenge e non ancora Coppa Davis. E in campo c’era il mitico Perry, diventato veramente famoso e apprezzato solo anni dopo, quando produceva maglietta negli Stati Uniti e la patria del tennis (così almeno si reputa l’Inghilterra) si rese conto che non avrebbe più avuto un tennista così forte. Alla fine, dopo decenni di attese frustrate e delusioni, è arrivato Andy, che praticamente da solo ha battuto il Belgio sulla terra rossa di Gent (3-1 il finale). 

 (video tratto da OfficialDavisCup)

Per il secondo anno di fila la Coppa Davis regala una finale speciale. Nel 2014 la prima volta della Svizzera e di Roger Federer, che ha aggiunto l’unico trofeo che gli mancava alla sua irripetibile carriera. Nel 2015 il grande ritorno della Gran Bretagna. Dall’altra parte il Belgio, nazionale modesta, ideale per cedere il passo alla storia che si compie. E nel punto decisivo David Goffin, buon giocatore (16 al mondo) ma non campione, sconfitto valoroso (3 set a 0 combattuti) che non verrà ricordato. Come Paul de Borman o William le Maire de Warzée, gli unici due belgi che avevano giocato e perso una finale di Davis nel lontano 1904. Corsi e ricorsi storici, proprio contro la Gran Bretagna, prima che la grande potenza della racchetta (nove vittorie tra il 1903 e il 1936) scomparisse dal panorama internazionale.

Negli ultimi 25 anni, la nazionale britannica ne ha trascorsi 18 tra Serie B e Serie C, superando solo in un’occasione (nel 2014) il primo turno. Il protagonista di questa rinascita è uno solo. Andy Murray, oggi numero 2 al mondo, unico big a non aver alzato ancora l’Insalatiera. Per farlo, ha sfruttato anche un’annata favorevole: la Svizzera di Federer si è presentata senza Re Roger e anche Wawrinka, la Serbia nei quarti ha rinunciato a Djokovic, la Spagna di Nadal neanche c’era (è retrocessa l’anno scorso). Murray ha capito che poteva essere l’anno buono e ha fatto della Davis il suo obiettivo stagionale: con la nazionale ha dato tutto, giocato tanto (anche i doppi, non proprio la specialità della casa) e vinto sempre. La sua ultima partita persa risale al 2014, proprio contro l’italiano Fabio Fognini. Poi solo successi: undici punti su undici. Nell’era del tennis moderno, solo Bjorn Borg nel 1975 era riuscito a vincere l’Insalatiera da solo, come ha fatto Andy quest’anno.

Ma siccome in Davis si gioca anche il doppio, c’è almeno un altro “Briton” da celebrare. I meriti restano in famiglia: Andy li condivide con Jamie, fratello più grande e meno talentuoso, che ha insistito nella sua carriera da tennista essenzialmente per vivere la giornata decisiva di sabato. Dare a Andy e alla nazionale un compagno all’altezza per il doppio. Ci ha creduto così tanto da diventare nel frattempo numero 7 al mondo fra i doppisti. Così Jamie e Andy insieme hanno battuto Darcis e Goffin, indirizzando il weekend più importante della storia recente del tennis britannico. L’Inghilterra, patria di Wimbledon e del tennis, ritrova l’Insalatiera. Per farlo ha dovuto aspettare 79 anni e chinare un po’ la testa, abbracciare come suo un figlio della Scozia. Non a caso di bandiere inglesi in tribuna non ce ne sono: tante Union Flag, ma anche Croci di Sant’Andrea. La divisa blu e bianca ricorda terribilmente quella scozzese, la nazionale gioca spesso e volentieri a Glasgow. Ma fa nulla: la Gran Bretagna, mai così unita sotto il nome di Andy, è campione del mondo.

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