“L’Accademia delle Belle Arti di Bari nel corso degli ultimi 30 anni ha consolidato la sua presenza sul territorio cittadino, rafforzando le proprie potenzialità ed implementando in maniera sensibile il numero degli iscritti e l’offerta formativa”, scrive il sindaco Decaro in una lettera al Sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca, Angela D’Onghia. Sembrerebbe un encomiastico resoconto di un’eccellenza culturale. Sfortunatamente non lo è, se non in parte. L’Accademia, che si è segnalata per una notevole attività formativa, oltre che per molteplici iniziative sul territorio, nasconde insuperate criticità. Talmente grandi da metterne a rischio il futuro.

A cominciare dalla sede, inadeguata al prestigio acquisito dal 1970, anno di nascita, e alle esigenze. Il palazzone di via Giuseppe Re David, nel quale dal 2007 si svolge gran parte delle attività, un’architettura adatta più che altro ad ospitare appartamenti. Il confronto con molte delle altre sedi italiane, un’operazione a perdere. L’ex Ospedale di San Matteo a Firenze, come il Palazzo del Principe, a Carrara. Ma anche come Palazzo Fernandez a Palermo e il cosiddetto “Ferro di Cavallo” a Roma. Ma non è solo una questione di linee esterne. A mancare è anche la necessaria funzionalità degli spazi interni al piano terra e primo piano dell’edificio. Gli 850 iscritti costretti a muoversi in aule dalle dimensioni ridotte.

 Naturalmente a discapito delle attività svolte.

“Noi professori siamo costretti a spiegare due volte al giorno, se ci va bene, o addirittura quattro, per dare la possibilità a tutti gli studenti di seguire le lezioni. Di fatto facciamo i turni”, dice Antonio Cicchelli, docente di Plastica ornamentale. “Non se ne può più, ogni volta si devono far mettere un paio di alunni alla cattedra per guadagnare spazio”, aggiunge Pietro Romano Matarrese, docente di anatomia artistica.

Ci sarebbe la biblioteca, con circa 9000 tra monografie, cataloghi e riviste di settore. Aperta anche a studiosi esterni. Ma “non si può entrare in più di tre persone perché sotto c’è il deposito del gasolio del condominio e i vigili del fuoco hanno imposto delle limitazioni”, dice sconsolato uno degli studenti.

Lo spostamento del quale si parla da anni solo un’opzione. Nessuna certezza sull’ex Monastero di Santa Chiara a Mola di Bari, dove sono alcuni laboratori, come sull’ex Caserma Rossani Liberata, che nel progetto di riqualificazione di Fuksas peraltro non prevede spazi per l’Accademia, non diversamente dall’ex Ippai di via Amendola e dalla Fiera del Levante. Ogni soluzione presenta controindicazioni, il più delle volte di carattere economico. Non è tutto. Mentre si cerca la nuova sede, quella attuale è sempre più a rischio. I problemi? La sicurezza “con le uscite di emergenza che si affacciano direttamente in strada”, e soprattutto un pagamento arretrato di 5 milioni di euro. Soldi da saldare alla Città metropolitana, subentrata nel 2014 alla Provincia nelle funzioni di proprietario dell’immobile.

“Un’assurdità, rischiamo seriamente la chiusura. Dalla ex Provincia mi hanno mandato anche l’Iban! E l’ho usato. Gli ho fatto un bonifico di quanto avevo in tasca al momento: 7 euro”, dice il Presidente dell’istituzione Giancarlo Di Paola. Preoccupato anche dal fatto che il contratto d’affitto è stato rinnovato fino al 2016 per la cifra annuale di 320mila euro. “Un caso unico in Italia, inaudito, visto che altre Accademie hanno sedi ben più rappresentative e prestigiose in palazzi nei quali non pagano spese di locazione, ma solo i consumi”, rincara la dose Di Paola.

Ma la mancanza di risorse è tale che anche provvedere agli stessi consumi è tutt’altro che agevole. “Quest’anno non ho i soldi nemmeno per il riscaldamento. E una volta che qualcuno ci dirà “la vostra sede non è sicura, dovete fare lavori per mettervi a norma” chi pagherà queste spese, a parte il debito reclamato dalla Città metropolitana?” dice ancora il Presidente.  E così l’Accademia, che dal 2004, nell’ambito dell’internazionalizzazione, ha intessuto rapporti con gli Istituti italiani di cultura all’estero, con le accademie di Banska Bystrica e di Barcellona e con l’Istituto statale d’arte “Surikov” di Mosca, organizzando mostre di propri studenti e ospitando quelle di giovani stranieri, rischia lo sfratto. Ora più che mai.