Hans Knappertsbusch è stato uno dei più venerati direttori d’orchestra della prima metà del Novecento, il 25 ottobre 1965 moriva a 76 anni, dopo poco tempo di declino fisico, lui, sommo direttore wagneriano era apparso l’anno prima a Bayreuth per la sua ultima stagione, l’ultimo Parsifal, opera a cui era legato per la vita, dalla sua tesi di laurea sul personaggio di Kundry. Aveva avvezzato il suo pubblico a un gesto misuratissimo ma super espressivo, i tempi lenti per scandire un fraseggio sempre nobile.

Direttore che aveva invise le prove d’orchestra, diede vita a una fitta serie di aneddoti su questa sua inconsueta caratteristica. Fedele servitore della tradizione che risaliva fino a Wagner stesso, attraverso Hans Richter di cui era stato assistente, Kna (come veniva chiamato amichevolmente) è stato anche colui che seppe traghettare la vecchia scuola dei ‘bidelli del Walhalla nella Nuova Bayreuth di Wieland Wagner, quella che doveva prendere le distanze dal profondo coinvolgimento col regime nazista degli eredi Wagner, in particolare della nuora del compositore, la terribile Winifred.

Aveva accettato stoicamente che Wieland facesse tabula rasa degli orpelli di scena, ottenne solo che si mantenesse la colomba che scendeva tradizionalmente sul capo di Parsifal, ma ad ogni recita il filo si accorciava. Inviso al Führer perché non volle mai iscriversi al partito, fu costretto a lasciare Monaco ed elesse Vienna a sua città fino al ritorno dopo la catastrofe. La città bavarese accolse nuovamente il gigante renano come uno di famiglia, ma lui non accettò più posti permanenti. Si diede anche a registrare dischi con la Decca, per una volta abbandonando il fascino del momento inafferrabile dell’esecuzione dal vivo e, per nostra fortuna, ci rimangono in superlativa qualità sonora alcuni dischi di selezioni wagneriane, qualche sinfonia di Bruckner, qualche Brahms e, sorpresa, Ciaikovskij e i valzer viennesi della famiglia Strauss. Sì, perché il gigante sapeva apprezzare sia i fumi apocalittici delle leggende wagneriane sia quelli assai più informali e sapidi delle birrerie monacensi, per completare un ritratto del direttore dal vero che non si è mai atteggiato a santino ispirato o Vate del verbo wagneriano. Ma ultratedesco sì e a testimoniare l’adesione alla sua cultura senza ripensamenti e con ben più di un filo di orgoglio nazionalistico, rimangono anche le sue superbe interpretazioni bruckneriane di cui fu apostolo infaticabile, quando in Europa non era assolutamente moneta corrente.

Certo, continuava a dirigere il compositore austriaco su vecchie edizioni imprecise e poco filologiche, con tagli e aggiunte, ma il messaggio e la visione bruckneriana rimangono tra le più autentiche della storia del disco. Del repertorio frequentato dal Nostro, che era quello austrotedesco dell’Ottocento, per essere stringati, ci è rimasto registrato molto Wagner, tutto, o quasi, ‘live’ a Bayreuth: 9 edizioni del Parsifal di cui quella del ’51 e del ’62 registrate da due major (Decca e Philips) e che restano pietre miliari, per molti insuperabili, per fedeltà allo spirito della partitura e per cast vocali difficilmente ripetibili, specie quella del ’51. Tre Tatralogie complete (1956, ’57, ’58), un paio di Götterdämmerung: una registrata dalla Decca ‘live’ a Bayreuth l’anno della riapertura, quando i due cicli erano divisi tra lui e Karajan, un’edizione ‘live’ monacense; un Tristan sempre registrato al’opera di Monaco, un olandese volante dal vivo. E poi I Maestri Cantori in studio, in una delle edizioni di riferimento col grande Paul Schöffler nelle vesti di Sachs, e altre pregevoli edizioni ‘live’.

Completano il lascito wagneriano molte imprescindibili selezioni sinfoniche orchestre diverse. Di Bruckner la Terza, Quarta e Quinta sono state incise in studio per la Decca con i Wiener Philarmoniker, l’Ottava per la Westminster con i Münchner Philarmoniker, ma si trovano numerosi ‘live’ anche della Sesta, Settima e Nona. Le registrazioni radio di live in molte città ci hanno preservato diverse sinfonie di Brahms e Beethoven, un Rosenkavalier di Strauss e diverse altre cose, tutto per fortuna disponibile al collezionista con un po’ di pazienza. Avere nella propria discoteca dischi del vecchio Kna è come avere una cartolina di un modo di fare musica che non s’usa più da molto tempo.

Quello in cui ci si avvaleva di un repertorio ben rodato, con maestri sostituti affidabili, un mondo fatto di assi di legno scricchiolanti e odore di colla, in cui ciò che contava era la musica piuttosto che lo star system, anche se l’intonazione poteva non essere perfetta e l’assieme non proprio da falange macedone ma dove si cercava, e poteva capitare, il momento di pura bellezza, in cui la verità della partitura si rivelava quasi come un’agnizione. Un mondo che non esiste più, molti direbbero: “Per fortuna”, altri no.