Esistono sacche di resistenza al brutto. Anzi, esistono persone, artisti, che fanno della ricerca del bello e della veicolazione del bello una sorta di missione, fatto che rende il loro essere artisti ancora più prezioso, in un’epoca in cui tutto sembra essersi livellato verso il basso. E la ricerca del bello, a volte, richiede sacrifici, fatica, duro lavoro. Quasi sempre.

Al teatro Carcano di Milano è in scena dal 25 novembre al 6 dicembre Il grande dittatore di Chaplin, riadattato per il teatro da Massimo Venturiello e portato in scena dallo stesso Venturiello, alla regia con Giueppe Marini, da Tosca e dalla loro compagnia teatrale. Si tratta di una prima volta. Per anni, infatti, uomini di teatro hanno tentato di ottenere il diritto di riadattare per le scene uno dei capolavori di Charlie Chaplin, incappando sempre nel muro di gomma degli eredi del grande attore e regista. Stavolta, però, le cose sono andate diversamente, e a vedere lo spettacolo non si fatica a capire il perché.

Venturiello, Tosca e il resto della compagnia mettono in scena un vero capolavoro. La storia (spero) la conoscete tutti. È un racconto surreale, col tocco tipico di Chaplin, per la prima volta alle prese con un film recitato, e senza la maschera di Charlot, in cui si racconta l’ascesa di Hitler, la vita della comunità ebraica di Germania. Presente nella storia, e non poteva che essere così, una poetica straniante, a volte grottesca, sempre di favola, anche nel momento in cui si raccontano senza sconti pagine del nostro passato che avremmo voluto dimenticare e che invece, sembra, stanno ridiventando attuali propri in questi giorni.

Massimo Venturiello e Tosca si prendono questo colosso sulle spalle e lo trasformano, a loro volta, in uno spettacolo teatrale in cui divertimento e poesia, sorrisi e lucciconi si alternano sul viso e nel cuore dello spettatore nel corso di quasi due ore di messa in scena. Venturiello è una maschera incredibile, capace di rendere sia lo svagato Dittatore, in balia della noia e di un ego difficile da gestire, con un gramelot che fa il verso al tedesco ma che ben diventa comprensibile grazie a una mimica prodigiosa, Tosca, una delle più emozionanti voci del nostro panorama canoro, fortunatamente prestata al teatro (ma anche sfortunatamente, visto che le sue opere discografiche, sempre di altissimo livello, sono sempre più rade), è capace di sbucciarci parti dell’anima che neanche sapevamo di avere. Le musiche originali di Germano Mazzocchetti, che cita il kletzmer mettendoci molta originalità, sembrano fatte apposta per evidenziare le capacità interpretative di Tosca, come del resto della compagnia, tutta a livelli altissimi.

Ecco, far capire l’inutilità delle guerra, o meglio, l’inumanità della guerra attraverso uno spettacolo teatrale che parte da una semplice storia di somiglianze somatiche e da lì si incammina sulla via del racconto grottesco, è una sorta di miracolo, e i miracoli, si sa, riescono solo ai santi o agli artisti. Guardi Venturiello nel discorso finale, quando il sostituto del dittatore trasforma un comizio di guerra in un invito alla pace e alla fratellanza, e pensi, non certo senza una sognante ingenuità, a come sarebbe bello se esistessero nel mondo sostituti di Putin, di Erdogan e di quanti stanno rendendo attuali le vicende narrate ormai diversi decennei fa da Chaplin.

La bellezza, quella messa in scena al Carnano in questi giorni, quella che scalda i cuori anche quando ci ha nevicato a lungo sopra, è la speranza a cui bisogna aggrapparsi, in barba a quanto ha usato come chiosa alla sua vita Monicelli. Andate a vedere Il grande dittatore a teatro, o ascoltatevi le canzoni incise da Tosca e il mondo vi sembrerà un posto meno spaventoso.