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Il prossimo 2 dicembre si celebra nel mondo la Giornata Internazionale per l’Abolizione della Schiavitù istituita dall’Assemblea Generale nelle Nazioni Unite.

Il dibattito storiografico è spesso orientato dalle “dimenticanze” degli storici e così pochi sanno che l’ultima schiavitù in Europa è quella che vide come vittime le comunità rom presenti in vaste aree dell’attuale Romania. Rileggendo la loro storia scopriamo di poterla sovrapporre senza troppe sfasature a quella della popolazione afro-americana degli Stati Uniti. I rom rumeni sono l’appendice di una storia europea caduta nell’oblio e scandita dalle sofferenze e dai soprusi. La lettura delle loro vicende, durante e dopo la schiavitù avvenuta nel cuore dell’Europa, ci potrebbe facilitare approcci diversi e modalità operative che oggi fatichiamo a promuovere verso chi, discendente degli ultimi schiavi, abita le nostre periferie.

All’inizio del 1800 sul Codice della Valacchia troviamo scritto: “Gli zingari sono nati per essere schiavi, chiunque sia nato da una madre schiava non può essere altro che schiavo”. Nelle terre che oggi chiamiamo Romania, i rom dal 1400 possono essere schiavi di proprietà di privati, dei principi e dei monasteri; sono considerati come merce di scambio, come regali per nozze, come dono fatto ai monasteri. Mai equiparati ad essere umani, sono posti sullo stesso piano di un animale o di un oggetto.

Mentre il 27 aprile 1848 in Francia la Seconda Repubblica abolisce definitivamente la schiavitù nelle colonie, nell’Europa centrale intere comunità rom continuano a vivere nel silenzio generale come schiavi nelle regioni dell’ex Valacchia e della Moldavia. Solo sette anni dopo, nel 1855 con un’iniziativa del principe Grigore Ghica viene sancita l’emancipazione degli ultimi schiavi rom in Moldavia. Il 22 dicembre dello stesso anno viene approvata una legge che regolamenta la fine della schiavitù mentre qualche mese dopo, l’8 febbraio 1856 il principe di Stirbei adotta la “Legge per l’emancipazione di tutti gli zingari nel Principato romeno”. Per ogni schiavo rom contadino viene fissata una ricompensa per il proprietario pari a 10 pezzi d’oro. I rom della ex Moldavia dopo cinque secoli di dura schiavitù vedono la libertà.

Alcune famiglie rom fuggono verso l’Europa centrale e le Americhe. La maggioranza resta nell’attuale Romania, dove la storia passata risulta mantenere un riflesso tra i discendenti. Considerati sempre “diversi”, i rom ora liberi abbandonano i lavori agricoli svolti come schiavi per cercare un riscatto in lavori artigianali. Numerose sono le deportazioni e le persecuzioni vissute all’inizio del Novecento, culminate con i genocidi di massa nel periodo Antonescu. All’assimilazione forzata promossa sotto il regime di Ceausescu corrisponde un miglioramento di vita delle famiglie rom che si mescolano con il resto della popolazione condividendo la vicinanza di casa e il posto nel lavoro in agricoltura.

Nel 1991 la “Legge del Fondo Fondiario” smantella le grandi imprese agricole rumene provocando un’impennata della disoccupazione delle famiglie rom che raggiunge l’80%. Dopo la caduta del regime comunista si assiste ad un’esplosione di violenza razzista che ha come oggetto interi quartieri abitati da rom. In decine di villaggi folle inferocite assaltano e incendiano le case dei rom, distruggono le loro proprietà e li cacciano dai villaggi, impedendo loro di ritornare; durante queste violenze collettive alcuni rom vengono assassinati. Esemplare in questo senso, e ormai tristemente famosa, è la sommossa di Hadareni, avvenuta nel 1993, durante la quale tre rom vengono uccisi, 19 case bruciate e 5 distrutte. Tutto ciò favorisce la fuga incontrollata dei rom rumeni a partire dagli anni Novanta con un picco di arrivi nel nostro Paese tra il 2000 e il 2001 quando l’Italia abolisce l’obbligo di visto per i cittadini rumeni.

Gli ultimi schiavi dell’Europa moderna, hanno visto i loro figli tra le vittime della rabbia popolare post comunista ed i loro nipoti tra i “nomadi” del moderno apartheid italiano, quello che parla il linguaggio degli sgomberi e dell’emarginazione abitativa. Con questa umanità ferita che bivacca nelle nostre periferie siamo giornalmente chiamati a fare i conti, così come con la storia, quella scritta dai vincitori, che dimentica o nega, che assolve o giustifica, che crea muri fisici o mentali. Dobbiamo farlo, per il bene loro e per il bene nostro.