Per capire cosa significhi sottoporsi a un tentativo di procreazione medicalmente assistita bisogna passarci, guardare il proprio compagno o compagna sperare, illudersi, frustrarsi. E alle volte vincere. Solo se uno c’è passato sviluppa gli anticorpi che gli permettono di filtrare le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti, gli appigli illusori dell’anima dalle ancore materiali della tecnica. Solo se ci si è passati si può capire quanto crudele sia stata la legge 40 nei confronti delle migliaia di coppie che hanno sofferto, mese dopo mese per anni, l’impossibilità di realizzare una famiglia.

Per questo il libro di Adele Lapertosa, Il bambino possibile (Il Pensiero scientifico Editore, euro 15) riempie uno spazio difficile da spiegare altrimenti. Perché Adele non è solo una giornalista ma una mamma. Ed è mamma grazie alla fecondazione assistita. Le due cose unite fanno la volontà di raccontare un percorso, di raccontarlo con la passione di chi ha superato le proprie dodici fatiche e il rigore di giornalista scientifica. E’ la stessa autrice a spiegare che il libro nasce dalla volontà di regalare una guida a chi guarda al proprio percorso dal buco della serratura dell’imbarazzo, della vergogna. O semplicemente dell’ignoranza legittima di chi non ha mai considerato il proprio corpo un oggetto di intervento.

Tecnico ed emotivo insieme, Il bambino possibile racchiude in un solo volume le informazioni fondamentali per non perdersi nel dedalo di nomi, sigle, tecniche, prezzi e sofferenze che si vivono in un percorso di fecondazione. Informazioni spesso note, ma disseminate in Rete in modo confondente. Oppure meno note ma non verificate né supportate dalla scienza. Dalla scelta del centro cui affidarsi alla diagnosi pre-impianto fino ai riferimenti normativi, il libro affronta il percorso in modo volutamente didascalico. Rispondendo alle ossessioni più semplici eppure più difficili da liberare. A cominciare dalla domanda tabù, in grado di sovvertire la vita e schiacciare una coppia: “Perché è toccato a me?”.

Qui entra in gioco la consapevolezza di madre e di “sopravvissuta”. Sapersi destinati a non avere figli in modo naturale è una prova difficile, per non dire brutale, nei confronti di una coppia. Sovverte gli equilibri, tradisce la vostra privacy, è uno sguardo che viene a rovistare impudicamente sotto le lenzuola. Adele lo sa e per questo accompagna il lettore, prevenendo i riflessi psicologici, anticipando il bisogno di un supporto, anche clinico, fornendo un sentiero già tracciato e quindi più facile da seguire. Riflessioni non banali che investono l’intera sfera dei sentimenti – cosa ci succederà adesso? devo parlare con qualcuno? cosa dico in giro? – che servono a sollevare il lettore dal senso di inadeguatezza e di colpa. Oppure da quel fastidio insopprimibile verso la vostra migliore amica che, senza rendersi conto del vuoto che covate dentro, vi racconta ogni singola mossa di suo figlio e vi guarda come uno scherzo di natura.

Passata questa fase, ci sarà poi lo stordimento da acronimi: Fivet, Icsi, Imsi, Gift, Zift, TetTefna… C’è di che ubriacarsi e rinunciare. Soprattutto perché arrivare impreparati a un colloquio in un centro significa subire ancora di più il proprio “destino” invece che sceglierlo. E poi quale centro? Dove? Nel pubblico? Nel privato? E quanto si può continuare prima di considerarsi “dipendenti” da Pma? Vale la pena di espatriare per l’eterologa o aspettare in Italia? Tutte domande a cui il libro di Adele Lapertosa risponde con garbo e senza insolenza, sapendo lei stessa che alla fine del percorso, comunque sia andata, l’importante è non sentirsi “sbagliati”. Sentimento che una legge vessatoria si è permessa di inculcare a sufficienza in un Paese che continua a parlare di famiglia, ma a ostacolarla con ogni mezzo e ogni pregiudizio.

Adele Lapertosa vive tra Italia e Cile. Il 30 novembre sarà a Milano – ore 18, Casa della cultura –  e il 2 dicembre a Roma – associazione Luca Coscioni – per presentare il suo libro