Putin-Hollande-675

Neppure le carneficine di Parigi spingono l’Europa all’unità: se la mappa delle alleanze e delle inimicizie nel Medio Oriente e nel mondo islamico è un intreccio inestricabile di Stati, etnie, appartenenze religiose, interessi economici, il quadro dell’Occidente non è più facile da decifrare.

C’è oggi più sintonia tra la Francia di Hollande, colpita il 13 novembre, e la Russia di Putin, colpita il 30 ottobre con l’aereo sul Sinai, che tra la Francia e la gran parte dei Paesi dell’Unione Europea e pure gli Stati Uniti. Lo testimonia l’esito della successione d’incontri che Hollande ha avuto, questa settimana, con i leader di Usa e Russia e di Gran Bretagna, Germania, Italia: risposte tutte improntate a una grande solidarietà dichiarata, ma operativamente diverse.

Il Califfo non induce l’Unione a essere più coesa, né più reattiva. Paralisi da paura? Non credo: piuttosto, percezione del pericolo inadeguata e incapacità di focalizzarsi sull’obiettivo della sicurezza, che è, per sua natura, un bene comune e che insieme si tutela meglio che da soli. C’è pure chi prova a gabellare la cacofonia come una prova di forza: tipo, “l’integralismo non ci costringe a cambiare le nostre abitudini, divisi eravamo e divisi restiamo”.

Russia e Francia, i Paesi più direttamente colpiti dal terrore, e quelli militarmente più impegnati in Siria, guidano il fronte bellicista, anche se né l’una né l’altra sono poi pronte ad inviare uomini sul terreno contro le milizie jihadiste. Gli Stati Uniti mantengono l’impegno che già avevano, la Gran Bretagna s’appresta a partecipare ai raid sulla Siria.

Ammesso che, poi, gli obiettivi delle azioni, che dovrebbero essere coordinati, siano compatibili gli uni con gli altri e tutti finalizzati alla neutralizzazione delle milizie jihadiste. Ma l’episodio del caccia-bombardiere russo abbattuto dalla caccia turca ci dice che non è sempre così e che inimicizie e diffidenze stratificate nei decenni, o nei secoli, sono più forti dell’impulso emergenziale a combattere il nemico comune, che per molti, però, va ricordato, non è il nemico primario.

Quando i ministri dell’Interno e della Giustizia dell’Ue si riunirono a Bruxelles, venerdì 20, la richiesta francese d’attivare, per la prima volta in assoluto, l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, fu accolta all’unanimità: l’articolo prevede che qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel sul territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Ma la natura dell’aiuto e dell’assistenza va determinata su base nazionale, come ricordò subito Federica Mogherini, che pure è la sacerdotessa della politica estera e di sicurezza comune. Lo stesso articolo, del resto, precisa che “ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”. Quindi, ciascuno fa quel che può e, sostanzialmente, quel che vuole.

Così, la Germania promette uomini nel Mali, altra zona calda, e manda un’unità da guerra e dei Tornado verso la Siria; e l’Italia potrebbe valutare un rafforzamento del contingente in Libano. Le due mosse libererebbero forze francesi da dislocare altrove. E la Spagna, per chiudere il cerchio dei Grandi dell’Ue, deve ancora elaborare l’offerta d’aiuto a Parigi.

Unanimi nella condanna dei terroristi e nella solidarietà alle vittime. Divisi e inefficaci nell’azione. La grande crisi, l’emergenza immigrazione, l’ansia da attentati: neppure vivendo queste prove, gli europei –leader e cittadini- trovano lo scatto dell’Unione.