Negli ultimi anni la sua dichiarazione dei redditi non aveva mai superato quota dodicimila euro, nonostante fosse considerato il re delle strutture alberghiere della provincia di Trapani. In pratica Michele Angelo Licata, titolare di alcuni dei più noti resort della Sicilia occidentale, non guadagnava mai più di mille euro al mese. Le sue dichiarazioni dei ruedditi, però, erano fasulle. Almeno per la procura di Marsala che ha chiesto e ottenuto alla sezione misure di prevenzione del tribunale di Trapani il sequestro dei beni dell’imprenditore per “pericolosità fiscale”. Un’operazione che, secondo gli inquirenti, è tra le più imponenti di tutti i tempi per il valore dei beni sigillati. Sotto sequestro è finito infatti un patrimonio sterminato, valutato in 127 milioni di euro.

I sigilli sono scattati per 10 società, 3 ditte individuali che gestivano alberghi, lussuose sale ricevimento, resort con piscine e centri benessere tra Marsala e l’isola di Pantelleria, ristoranti, stabilimenti balneari, 75 immobili, 257 appezzamenti di terreno , 23 autoveicoli, 71 conti correnti bancari sui quali erano depositati circa 6 milioni di euro, più sei assicurazioni sulla vita del valore di 4,6 milioni di euro. “Grazie ad una colossale e continuata frode fiscale, a numerose truffe ai Fondi comunitari e alla violazione di numerose altre norme in tema di edilizia e sanità pubblica, Licata si è imposto nel settore turistico-alberghiero, sbaragliando la leale concorrenza e drogando l’economia locale”, hanno spiegato gli investigatori, guidati dal procuratore capo di Marsala, Alberto Di Pisa. Licata aveva esordito in campo imprenditoriale dopo aver ereditato dal padre la gestione della sala ricevimenti Delfino: in seguito aveva iniziato a creare e ad acquistare nuove strutture, fino ad accumulare un capitale immenso. Una fortunata scalata imprenditoriale, sulla quale però si sono proiettate numerose ombre.

Le indagini degli uomini della polizia tributaria di Trapani e della guardia di Finanza di Marsala hanno fatto luce sull’effettiva “pericolosità fiscale” di Licata, ricostruendo e mappando l’enorme patrimonio di cui disponeva, senza che fosse minimamente giustificabile dai redditi percepiti ufficialmente dall’imprenditore. Negli ultimi sette anni, infatti, Licata aveva dichiarato ogni anno di guadagnare la media di ottomila euro, mentre secondo la procura evadeva nello stesso arco di tempo almeno nove milioni di euro di tasse. Il meccanismo era semplice: dichiarava la spesa di grosse cifre – almeno 25 milioni – per lavori alle sue strutture, che però non venivano mai realizzati, grazie a imprese che emettevano fatture false. È così che, secondo l’accusa, l’imprenditore era riuscito ad accumulare cospicui fondi neri. Una condotta che non è nuova nella storia personale di Licata: gli inquirenti hanno fatto cenno infatti al “lungo curriculum criminale dell’indagato”, noto agli investigatori già dal 1997.

Monitorando i flussi finanziari dei conti correnti intestati alle varie società riconducibili a Licata, gli uomini delle fiamme gialle si sono anche accorti che negli ultimi tempi l’imprenditore stava cercando di prosciugare i suoi capitali, con una serie di operazioni di disinvestimento di titoli e fondi, più ingenti e numerosi bonifici nei confronti di parenti, che però non sono coinvolti nelle indagini. Nel marzo scorso, invece, l’imprenditore siciliano aveva già subito un primo sequestro preventivo da 13 milioni di euro con l’accusa di truffa aggravata allo Stato, dichiarazione fraudolenta finalizzata all’evasione fiscale ed emissione di fatture false: secondo gli inquirenti aveva evaso le imposte per otto milioni, ricevendo contributi pubblici illeciti per quattro milioni.