Mentre nella prestigiosa sala conferenze del Tar del Lazio il capo della vigilanza di Bankitalia, Carmelo Barbagallo, magnificava l’azione svolta da Via Nazionale a tutela della clientela, i sindacati di Nuova Banca delle Marche scrivevano un’accorata lettera ai vertici dell’istituto per chiedere supporto a causa della situazione critica che si è venuta a creare agli sportelli. E’ il day after del salvataggio di quattro banche (Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti) che ha comportato l’azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate detenute da migliaia di correntisti, oltre che da grandi azionisti come le Fondazioni bancarie.

I sindacati segnalano “le difficoltà che il personale, in primis quello a diretto contatto con il pubblico, sta incontrando nelle relazioni con la clientela e, soprattutto, con i clienti detentori di azioni e obbligazioni subordinate”. La situazione è definita “davvero critica” dai sindacati aziendali che scrivono: “I clienti si sentono traditi e chiamano direttamente i dipendenti a rispondere delle conseguenze del decreto. Ciò sta dando luogo nel territorio ad un peggioramento delle relazioni con la clientela ed espone i lavoratori a rischi anche personali”. Non c’è solo il timore che qualcuno possa perdere la testa, ma soprattutto che si possa arrivare a una vera e propria corsa agli sportelli. Nella lettera indirizzata al presidente di Nuova Banca delle Marche, Roberto Nicastro, e all’amministratore delegato, Luciano Goffi, si chiede infatti “di prevenire e arginare un’eventuale crisi nel rapporto di fiducia fra la banca e la clientela” attraverso “un’azione coordinata di supporto e sostegno al personale, sia sul versante dell’informazione che su quello della predisposizione di adeguati strumenti di risposta e soddisfazione delle esigenze e alle proteste della clientela”.

La lettera rende molto bene il clima pesante che si respira agli sportelli e mette in luce come – dopo tanti mesi di discussione su come procedere al salvataggio – le autorità di vigilanza e le stesse banche “salvatrici” non si siano affatto preoccupate delle conseguenze che l’azzeramento del capitale azionario e delle obbligazioni subordinate avrebbe avuto sulla clientela. Si tratta di banche popolari e casse di risparmio che contano migliaia di piccoli azionisti e obbligazionisti nei territori di riferimento. Gente che della propria banca si fidava e che ha perso tutto. Con i clienti solidarizzano i sindacati della Nuova Banca popolare dell’Etruria e del Lazio che chiedono di emendare in fase di conversione il decreto “salvabanche” approvato domenica scorsa, prevedendo di destinare a recupero parziale delle perdite di azionisti e obbligazionisti “le eventuali plusvalenze, in primis quelle che dovessero rinvenire da un maggior realizzo dei crediti deteriorati che saranno conferiti nella costituenda bad bank, così come già avvenuto in altri casi analoghi (ad esempio, per la società Sga utilizzata per il salvataggio del Banco di Napoli)”. Il decreto non sarà però emendabile visto che la Commissione Finanze della Camera ha deciso di non incardinarlo, per farlo confluire direttamente nella Legge di Stabilità. Nella loro nota First Cisl, Fabi e Uilca della popolare Etruria sottolineano “che i lavoratori erano essi stessi, nella maggioranza dei casi, azionisti e spesso detentori di obbligazioni subordinate (in proprio e nel proprio nucleo familiare), che hanno collocato questo prodotto in buona fede, non potendo certo prevedere che una legge avrebbe cambiato le carte in tavola in una notte”.

Il quadro, insomma, è preoccupante e molto diverso da quello idilliaco presentato dal capo della vigilanza di Bankitalia al convegno nazionale di studi su “regolamentazione bancaria e antitrust”. Barbagallo ha parlato di enforcement che “si è arricchito e affinato”, delle iniziative della Banca d’Italia “atte a contribuire alla soluzione delle singole controversie fra intermediari e clienti”, delle virtù dell’Arbitro Bancario e Finanziario (istituito dalla stessa Banca d’Italia), degli “oggettivi limiti cognitivi” che fanno del consumatore un agente non perfettamente razionale e consapevole. Anzi, proprio per effetto di tali limiti il consumatore “può ritenere, seppure erroneamente, di aver ricevuto un trattamento non equo, decidendo di abbandonare il mercato”. Ecco, delle tante cose dette da Barbagallo nel corso del suo intervento, forse questa è l’unica che in una qualche misura si attaglia alla realtà attuale: se agendo irrazionalmente, per un impulso dettato dalla rabbia, i correntisti delle quattro nuove banche decidessero di “ritirarsi dal mercato” ritirando i loro risparmi, il piano di salvataggio appena approvato rischierebbe di andare a farsi benedire, perché anziché 4 miliardi di euro ne occorrerebbero più di 12.

Ma della cruda realtà di questi giorni e di domani, quando il meccanismo del bail-in si applicherà anche alle altre obbligazioni bancarie non garantite e ai depositanti, Barbagallo non ha parlato, così come non ha parlato delle responsabilità della vigilanza di Banca d’Italia in molte crisi del presente e del passato. Ma non era questo il tema del convegno di studi e quindi Barbagallo bene ha fatto a soprassedere. Invece chi non sembra disposto a lasciar correre (anche per via dei miliardi impiegati dal sistema bancario per condurre in porto il salvataggio) è il presidente dell’Abi Antonio Patuelli che, dopo aver minacciato di sfracelli la Commissione europea che non ha acconsentito a un salvataggio “all’italiana” delle quattro banche, vuole ora ergersi a simbolo di rettitudine e moralità: “L’intransigenza dei banchieri – ha detto mercoledì 25  novembre a una tavola rotonda sul ruolo delle banche a sostegno della scuola – continuerà ad aumentare di spessore verso chi non avesse una sana, prudente e lungimirante gestione degli istituti di credito. Una cosa è il dovere di salvare, altra cosa è la sopportazione inerme, che non è di chi vi parla”. Rispetto allo zero del passato, quanto si inspessirà l’intransigenza dei banchieri nei confronti dei Fiorani, dei Berneschi, dei Mussari, dei Consoli, degli Zonin, dei Bianconi e dei Boschi del futuro?