E se il 20 luglio 1969 sulla Luna invece di Neil Amstrong e Buzz Aldrin fossero scesi due hippies in acido pieni di debiti con uno strozzino? Menzogna o verità si rincorrono in un gioco splatter e fracassone che ha per titolo Moonwalkers e che, divertendo, ha fatto capolino nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2015. Attorno all’allunaggio che sancì l’incredibile conquista dello spazio esistono parecchie leggende.

In Moonwalkers ci si scherza su fin da subito rinfocolando quella che vuole Stanley Kubrick arruolato dai servizi statunitensi per girare un finto filmato da trasmettere al posto delle immagini provenienti in diretta, via Nasa, dalla Luna. Solo che oltre al complotto, nel film diretto da Antoine Bardou-Jacquet, c’è prima di tutto lo scambio di persona. Lo attua involontariamente l’invincibile agente Kidman della CIA (Ron Perlman, l’Hellboy di Del Toro, ma anche il monaco Salvatore ne Il Nome della Rosa) giunto segretamente a Londra per reclutare Mr. Kubrick, quando nell’ufficio di un produttore invece di incontrare il titolare della scrivania si accorda con lo spiantato Jonny (Rupert Green) lì anche lui per chiedere un prestito al ricco signore assentatosi al bagno per l’eccessivo uso di coca. Jonny non ci pensa due volte e finge di poter coinvolgere Kubrick nella richiesta americana. Sarà il suo barbuto amico Leon, strafatto di acidi, somigliante al regista di 2001, ad interpretare senza troppo talento la parte.

L’inghippo salta fuori subito, giusto il tempo per Jonny di ritirare i soldi statunitensi portati da Kidman e farsi a sua volta derubare dalla violenta banda di strozzini che lo taglieggia. Sarà il furioso Kidman a riappropriarsi tra fucili a pallettoni e botte da orbi della valigetta con i dollari, ma il tempo per girare il falso allunaggio è al lumicino. Così la storica conquista dello spazio, secondo Moonwalkers, passa dalle parti del panzuto Renatus, regista alla Warhol, reuccio in una villa fuori città dove vige sesso libero e si pippa l’inferno. Sarà lui a ricreare stagnola, cartoncini, tutine e bandiere a stelle e strisce uno straordinario allunaggio interpretato da una banda di strafatti, a cui si aggiungerà un duello all’ultimo sangue tra truci agenti della CIA e feroci strozzini armati. Più Men in black che Capricorn One, il film di Bardou-Jacquet strizza l’occhio allo splatter (saltano e si spappolano teste come ridere), ai dettagli orrorifici (gli incubi ad occhi aperti dell’agente Kidman) e a spiritose citazioni kubrickiane.

Cinema leggero, ottimo per giornate in debito di puro intrattenimento, come tutta la sezione After Hours del TFF più horror che mai, allargatasi tra l’altro anche in un ottimo esempio di disaster movie. Quel Bolgen / The Wave, film a produzione norvegese, diretto da Roar Uthaug, candidato all’Oscar per la Norvegia come miglior film straniero, che imita i più antichi padri hollywoodiani dell’illustrazione catastrofica del disastro. Siamo a Geiranger, splendida cittadina turistica ubicata su un fiordo spettacolare. Il geologo  Kristian (Kristoffer Joner), due figli e moglie al lavoro nell’hotel più panoramico del paese, sta per lasciare il suo lavoro da controllore di frane e smottamenti per trasferirsi in città al soldo di una multinazionale. All’ultimo istante però i macchinari computerizzati registrano alcuni sommovimenti delle rocce. Come ne Lo Squalo di Spielberg nessuno vuole fermare la stagione turistica che sta per iniziare, ma lo tsunami con onde alte 80 metri si scatena in pochi secondi travolgendo case, alberghi, automobili e uomini in fuga. Giostrato sull’attesa dell’imminente disastro, Uthaug si gioca tutte le sue carte in una straordinaria ricostruzione effettistica digitalizzata dello tsunami lasciando stupefatti per realismo e precisione del dettaglio (la sequenza dei due fuggitivi rimasti cinturati in auto è da urlo) ricordandoci che anche in Europa, e dalle parti di un’industria cinematografica non proprio ricchissima come quella norvegese, si può concorrere pari grado con Hollywood. Basta dimenticare lo ieratico e sgarrupato Vajont di Renzo Martinelli. Tratto da un episodio realmente accaduto in proporzioni minori e con l’avviso finale, sui titoli di coda, di aumentare l’attenzione sul monitoraggio delle rocce dei fiordi. Paura vera.