Aereo militare russo abbattuto da jet turchi in Siria

Allora vediamo se ho capito: un funzionario Nato dice che il jet militare russo abbattuto dall’aviazione agli ordini del presidente Recep Tayyip Erdogan ha sicuramente sconfinato in territorio turco nella regione di Hatay per circa 17 secondi prima d’essere abbattuto. L’aereo s’è poi schiantato in territorio siriano, nelle montagne turcomanne. Vladimir Putin nega. Dice che il Sukhoi Su-24 ha sempre volato sopra la Siria e non è mai entrato in Turchia. E ci saranno “conseguenze tragiche”. Qualche tecnico azzarda l’ipotesi di un’imprecisione tra il sistema satellitare Gps usato dalla Turchia e il sistema Glonass adottato dai russi, che ha meno satelliti a disposizione ed è meno preciso. La verità starà forse nel mezzo, ma anche nel mezzo di un vero crocevia d’intenzioni e di interessi strategici ed economici in forte conflitto.

Da un lato la Russia che, con il sostegno dell’Iran, continua nella sua strategia che è quella di puntellare il leader siriano Bashar al-Assad per far fronte al caos dentro e fuori i confini di quel Paese. Vendicare l’abbattimento del Metrojet 9268 che volava dall’Egitto verso la Russia. Bombardare i turcomanni anti-Assad sulle montagne ai confini con la Turchia, spinti a fuggire a nord. Colpire quindi anche i ribelli finanziati da Washington. Volare su quei cieli pericolosi, rischiando, come pare sia successo ultimamente, di sparacchiarsi anche con i jet americani, come in uno dei peggiori incubi da Guerra Fredda, quando nel 1952 un aereo americano abbatté 4 Mig dell’Unione Sovietica sui cieli coreani.

Dall’altra parte una Turchia che abbatte i jet siriani e ora anche quello russo per sconfinamenti anche di pochi secondi. Che vuole far fuori Assad a tutti i costi. Che lascia andare avanti e indietro dai suoi confini i ribelli siriani, compresi però anche gli islamici fondamentalisti violenti (ci sono anche i fondamentalisti che non uccidono). È la Turchia dove allo stadio, durante il minuto di silenzio per le vittime di Parigi, qualcuno urla “Allah hu akbar”. La stessa Turchia che bombarda ovunque i separatisti curdi, considerati come terroristi perché vogliono formare uno Stato curdo, riappropriandosi dei territori tra Siria e Iraq. La Turchia che chiede aiuto alla Nato. Anche per difendere quei turcomanni che hanno poi abbattuto uno degli elicotteri russi spediti a cercare di salvare i piloti del jet colpito dagli F-16 turchi.

E l’Europa? Il presidente François Hollande, con un riflesso gollista, invece non ha chiesto aiuto alla Nato dopo gli attacchi di Parigi, ma ha invocato il trattato di Lisbona dell’Unione Europea. Vuole la sua indipendenza, un vero margine di manovra tattico. Così ora Hollande va a Mosca dove spera di cucire un accordo con Putin, indipendentemente da un presidente Obama che è ancora in tensione con Putin per l’annessione della Crimea e che si dice sempre contrario al sostengo russo nei confronti di Assad.

Ricapitolando: da un lato Putin che sostiene Assad nello schiacciare ribelli che non sono sempre fondamentalisti islamici violenti, ma che sono ad esempio i turcomanni difesi da Erdogan. Dall’altro Washington e ora anche la Francia che vogliono eliminare Assad e combattere Daesh sostenendo i ribelli. Anche perché sono convinti che Assad sia segretamente alleato di Daesh, insomma l’Isis, insomma l’Isil, insomma lo Stato Islamico, in pratica, per capirci, i taglia-gole assassini e suicidi fanatici del Califfato. Bombe su tutti, con conseguente continua fiumana di profughi in fuga.

E se non ci fosse abbastanza caos, basta ricordare la lotta settaria tra sciiti e sunniti, tra arabi e iraniani, tra hezbollah finanziati dall’Iran che combattono le milizie nutrite dai Paesi del Golfo, senza tralasciare il fronte di al Nusra di Al Qaeda che compete con Daesh. Così, giusto per non capirci più niente. Non so se la confusione sulla scacchiera sia sufficiente. Russia pro-Assad da una parte, Usa e Turchia pro-ribelli dall’altra, Francia che non chiede aiuto alla Nato e cerca di cucire un accordo che comprenda anche la Russia. Potrebbe finir bene. Potrebbe finire molto, ma molto male.

Cerchiamo chiarezza almeno nelle reazioni quantificabili al jet russo abbattuto: il prezzo del petrolio è salito, le azioni e la valuta turca sono scese. Schermaglie diplomatiche, minacce da turchi e da russi, richiami alla calma da Usa e Nato. Accuse di Putin alla Turchia: “Una coltellata alla schiena dai complici del terrorismo”. Annunci sulla riduzione del turismo russo e nei rapporti commerciali tra Russia e Turchia.

A proposito: non si può escludere che dietro questo jet abbattuto possa c’entrare anche un mancato accordo sul gasdotto Turkish Stream che dalla Russia dovrebbe aggirare l’Ucraina e arrivare all’Europa attraverso il Mar Nero, passando per la Turchia e per entrare in Grecia. Erdogan l’ha detto a giugno: “Lo sconto del 10,25 per cento che Gazprom ci ha offerto è insufficiente. Dev’essere del 15 per cento”.

Il conflitto siriano sembra ora un buco nero che risucchia verso di sé tutti gli altri conflitti, sprigionando incendiarie scintille di guerra. Mentre la capitale d’Europa, Bruxelles, si è paralizzata per una caccia al terrorista, quando i morti di Parigi, di Beirut, dell’aereo da turismo con più di 200 russi a bordo avrebbero dovuto comporre le differenze tra Europa, Stati Uniti e Russia, ecco che proprio attorno alla guerra più importante del momento, ognuno pensa al suo giardino. Come se non vivessimo in un 2015 globalizzato, come se non ci fosse un nemico comune che, adesso, tenta di trascinare tutti in una guerra più nebulosa, ma più ampia ed ora ancora più complessa. A meno che non si risolva tutto con un bello sconto di Gazprom oppure, finalmente, con qualche soddisfacente do ut des che metta tutti d’accordo in un costruttivo per quanto improbabile compromesso.