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“Il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi differenti e ostili, che devono essere salvaguardati al pari di quanto fa un avvocato contro altri avvocati; il Parlamento è una assemblea deliberativa di una nazione, con un solo interesse, quello di tutti”.

Questo principio venne affermato da Edmond Burke nel 1774 nel discorso ai suoi stessi elettori il giorno della sua elezione alla Camera dei Comuni per rappresentare Bristol. È un cardine delle democrazie rappresentative, anche della nostra, e permette agli eletti di esprimere il proprio voto anche in dissenso dal partito di riferimento, ma soprattutto li obbliga a ricercare il bene comune e non solo quello dei propri elettori.

In Italia questo principio è sancito all’art. 67 della Costituzione, che stabilisce che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Questo postulato ha, però, prestato il fianco a interpretazioni largamente opportunistiche e fuorvianti: il divieto di mandato imperativo è stato posto a giustificazione degli ultimi grandi ribaltoni, dal 1994 fino al 2012. Ma non solo. Il fatto è che sia Costituzione che regolamenti parlamentari prevedono il diritto dei parlamentari di intervenire e votare in dissenso dal gruppo, per garantire loro autonomia rispetto al gruppo parlamentare di riferimento e per non dare alibi per il mancato perseguimento della soluzione politica favorevole a tutti.

Ma non prevedono – e d’altra parte come potrebbero? – misure per evitare le ritorsioni o le ricompense prettamente politiche, che dimostrano l’abuso che si è fatto e si fa del divieto di mandato imperativo. E questi casi sono destinati a rimanere impuniti dal momento che non essendo la poltrona o la ricandidatura “denaro o altra utilità”, non si può procedere per corruzione ex art. 318c.p. come invece successe a Berlusconi e al senatore De Gregorio.

Il caso più eclatante rispetto alle elezioni del 2013 è quello di Area Popolare, partito che addirittura non esisteva al momento della consultazione elettorale e che è stato formato da fuoriusciti di Forza Italia e Scelta Civica per spostarsi dalla opposizione alla maggioranza. Per non parlare del Pd, che ha visto un incremento di ben 24 parlamentari da inizio legislatura e riceve costantemente voti favorevoli da parte dei nuovi verdiniani o del gruppo misto (Cfr. rapporto Open Polis qui, dati aggiornati al 4 marzo 2015).

Ma c’è un altro aspetto che riguarda la crisi di rappresentanza e tocca chi, cercando di combatterla, finisce per violare lo stesso articolo 67, ma per opposta via.

È il caso del Movimento 5 Stelle: affidando alle consultazioni in rete la scelta su alcuni punti programmatici, si rischia di perdere di vista il fatto che l’Italia è una democrazia fondata sulla rappresentanza e non una democrazia diretta. Vero è che per certi versi può essere interessante per il popolo essere coinvolto direttamente nella scelta, specialmente in un momento di così evidente iato tra il mondo politico e il Paese reale; vero è anche che, se ben disciplinate, le consultazioni online potrebbero essere un modo per riavvicinare i cittadini alle scelte; ma altro è chiedere il parere della rete su temi come le unioni civili, altro è chiedere alla rete di esprimersi sui candidati giudici costituzionali; e in questo modo si giunge ad una de-responsabilizzazione della rappresentanza parlamentare, svuotata, così, dei poteri e delle funzioni.

Il lavoro parlamentare deve essere dedicato alla meticolosa ricerca del punto d’incontro fra le forze politiche di diverso pensiero, per giungere ad una posizione comune e condivisa il più possibile, contemperando i diversi interessi in gioco. Non è questo il caso di chi recepisce la scelta del popolo della rete (sulle unioni civili si sono espressi 25.268 iscritti certificati, non proprio un popolo) e la presenta alla controparte politica così come ricevuta. Gli elettori valutano l’operato dei propri rappresentanti solo al termine della legislatura e non durante, tramite consultazioni simili a autorizzazioni a procedere, né i rappresentanti possono dietro ad esse nascondersi per non dover prendere decisioni o posizioni potenzialmente impopolari.

Il fatto di non prendere decisioni di merito o almeno di non pubblicizzarle quanto la battaglia contro la corruzione, su cui peraltro non si può non essere d’accordo, aiuta sia a non creare dissapori interni sia a non spaccare un elettorato in continua espansione. Difficile pensare, ad esempio, che una apertura alle adozioni gay possa lasciare indifferente l’elettorato grillino.

Ci troviamo di fronte a due diversi tipi di abuso dell’art. 67: l’uno, pur essendo scelta non del tutto condivisibile, tende a rimettere le decisioni nelle mani dei propri elettori, l’altro vede utilizzato il divieto di mandato imperativo per passare impunemente da maggioranza a opposizione e viceversa, in barba al voto e al mandato elettorale. In ogni caso, tra i due, è molto probabile che il popolo continuerà a scegliere il primo, e forse è proprio per questo che il Movimento 5 Stelle, dinanzi all’inerzia degli altri schieramenti, continuerà a salire.