Roma, Piazza del Popolo illuminata di rosso contro la violenza sulle donne

Sta facendo molto discutere in questi giorni la campagna antiviolenza promossa dal Comune di Cinisello Balsamo in collaborazione con alcuni giovani creativi e con gli studenti di comunicazione pubblicitaria dell’Istituto Europeo di Design. Due manifesti che, nell’intento di chi li ha realizzati, avrebbero dovuto lanciare un messaggio contro la violenza sulle donne: “Il mio papà dice sempre di non sputare per terra. Ma lui sputa in faccia alla mamma” e “Il mio papà dice sempre che la mia mamma è inutile. Allora sarò inutile anche io”.

Ora, al di là del giudizio che ciascuno di noi può dare sul livello di accanimento mediatico contro il genere maschile, una nota pare immediatamente stonata, ovvero l’evidente strumentalizzazione dei minori in una faccenda che riguarda (e dovrebbe continuare a riguardare) esclusivamente gli adulti. Evidente perché, a prescindere dalla “bontà” della campagna, dal suo grado di censurabilità, dalla più o meno corretta inquadratura del problema, prima d’ora nessuna iniziativa sul tema aveva mai attribuito ai minori il ruolo di protagonisti attivi. Non l’ha fatto la campagna “Riconosci la violenza” ideata nel 2010 dalla deputata Anna Paola Concia, non quella firmata nel 2013 dal brand Yamamay “Ferma il bastardo”, né quella intitolata “Io rispetto le donne e così mi sento un uomo” promossa nel 2014 dal Comune di Ameglia e neppure quella pubblicata quest’anno dalla rivista digitale Desinformémonos e riportata da The Post Internazionale dal titolo “NoMasViolenciaContraLesMujeres”. Segno evidente che la guerra tra sessi è giunta a un punto di non ritorno comunicazionale in cui il fine giustifica sempre i mezzi, anche i peggiori.

Minori a parte, sarebbe comunque opportuno prestare meno attenzione alla forma e più alla sostanza del problema, di cui il femminicidio è la massima espressione. Un esercizio, questo, reso estremamente semplice dai dati contenuti nel terzo rapporto EURES: 152 donne uccise nel 2014, in pratica una ogni due giorni e mezzo; nel 77% dei casi i femminicidi si sono consumati in famiglia; 81 donne (cioè il 69,2% delle vittime in ambito familiare) hanno trovato la morte per mano di un uomo (coniuge, partner o ex). Ecco il motivo di tanto accanimento mediatico.

Il punto, però, non è questo. Il vero nocciolo della questione è che la violenza sulle donne non può essere sconfitta a parole, con gli slogan, rimbalzandosi colpe e responsabilità, alimentando una guerra tra sessi dalla quale tutti sono inesorabimente destinati a uscire sconfitti. Servirebbe fare qualcosa di più efficace. Per esempio prevenzione. Ma conosciamo il significato di questa parola? A guardar bene si direbbe proprio di no.

Altrimenti la giustizia non lascerebbe la re­lazione di coppia a quel malinteso senso del privato secondo cui “ognuno a casa propria può fare ciò che vuole”, che fa di certe convivenze delle pericolose bombe a orologeria.

Altrimenti la donna avrebbe già fatto proprio il messaggio che la violenza non va mai accettata e che, se la si tollera una prima volta, probabilmente ce ne sarà una seconda.

Altrimenti la scuola imporrebbe corsi di educazione affettiva per plasmare, proprio a partire dai bambini, adulti capaci di chiedere aiuto, gestire emotivamente la fine di una relazione sentimentale e fermarsi a ragionare senza perdere la testa.

Altrimenti la politica si asterrebbe dal lanciare epiteti sconfortanti e spesso assai poco educativi all’indirizzo dei propri cittadini (dai giovani bamboccioni agli anziani da rottamare), frustrandone in modo continuato e persistente l’autostima e la fiducia in sé.

Altrimenti la società non spingerebbe alla deriva il proprio ideale di maschio, evidenziandone continuamente l’insufficienza come partner (da ma­cho a mezzo uomo Viagra-dipendente) e come genitore (da padre autoritario a mammo).

Fare prevenzione significa diffondere messaggi positivi, presen­tare esempi capaci di promuovere la cultura dell’autocontrollo, insegnare che anche nei momenti critici le relazioni possono essere vissute con equili­brio e resilienza, riscoprendo il valore della mitezza. E questo proprio perché si è di fronte a vissuti molto travagliati (vergo­gna, colpa e proiezione della colpa) che l’analfabetismo sentimentale rischia di lasciare privi di valvole di sfogo, in preda solo a pulsioni violen­te che non conoscono limite. Occorrono interventi di contrasto alle tante privazioni che attanagliano l’uomo moderno: casa, lavoro, figli, dignità, futuro. La priorità va data alle persone, non all’econo­mia. Bisogna ricostruire una socialità fatta di relazioni e di cura reciproca in cui la qualità della convivenza e il benessere psicologico siano il frutto di un grande sforzo collettivo.

La violenza sulle donne non è un problema di genere, ma di tutti.