Quello tra Giuseppe Fiorello e Domenico Modugno è ormai un sodalizio consolidato. Dopo aver raccontato la sua storia in televisione, l’attore siciliano ha preso in prestito le sue canzoni  per farne la colonna sonora dello spettacolo teatrale sulla sua vita, le stesse canzoni che avevano colorato la sua infanzia e il suo rapporto con il padre. Partita domenica da Spoleto, arriva dal 24 al 29 novembre al Sistina di Roma per poi tornare a girare l’Italia la terza stagione di Penso che un sogno così, spettacolo scritto con Vittorio Moroni e diretto da Giampiero Solari. In TV e al cinema continua invece il suo sodalizio con gli “eroi contemporanei”, da Mancini a Borsellino. E a tal proposito si chiede: che differenza c’è fra l’Isis e Capaci?

In TV lo ha interpretato in Volare, in teatro canta le sue canzoni: ci racconta il suo rapporto con Domenico Modugno?
Risale alla mia infanzia perché mio padre, che peraltro gli somigliava fisicamente in modo impressionante, con le sue canzoni mi ha cresciuto. Ricordo soprattutto che d’estate ci portava tutti al mare in macchina e siccome non c’era la radio lui cantava, e cantava Modugno. Così quando mi scelsero per interpretarlo in TV sono rimasto colpito e all’inizio ho avuto paura di affrontare quell’opportunità immensa, poi ho accettato non solo per l’onore di raccontare un grande artista, ma anche perché quella sceneggiatura rievocava pezzi della mia vita e immagini precise di mio padre.  Poi in teatro è come se i ruoli si fossero ribaltati e fosse Modugno a raccontare la mia storia, la sua musica è diventata la colonna sonora di un pezzo molto ampio della mia vita.

Quindi una sorta di autobiografia teatral-musicale?
È uno spettacolo che entra e esce dalla mia vita, attraversa l’Italia e la vita di Modugno, e io ho incrociato e sovrapposto tutto questo. È un concentrato davvero potente e sincero della mia storia tanto che l’anno scorso a Messina in prima fila c’era un mio zio ottantenne che alla fine dello spettacolo si è alzato in piedi urlando “tutto quello che ha detto mio nipote è vero!” facendo scoppiare a ridere tutto il teatro. C’è da dire che sono nato in una famiglia di personaggi molto estrosi e simpatici, io ero quello più timido, chiuso e introverso, e metto in scena anche questo mio “elogio alla timidezza” come lo ha definito Susanna Tamaro quando venne e vedermi a Orvieto.www

Quali sono i suoi ricordi più belli legati a tutto questo?
I grandi pranzi a casa mia, tavolate immense di persone tra parenti, amici, vicini di casa, turisti dispersi, pattuglie dei carabinieri, chiunque passava non poteva non fermarsi davanti alla nostra porta aperta da cui usciva così tanta gioia per curiosare dentro. E a proposito di personaggi estrosi, tra i miei cugini ce n’era uno detto “lo sceriffo”, un tipo pazzesco dalla bellezza tipica degli anni settanta e pieno di donne, che ci raccontava sempre delle sue notti passate con le turiste americane. E soprattutto c’era mio padre che cantava perché lui era la radio, la musica e la simpatia della nostra vita. Io me ne stavo sotto al tavolo e mi gustavo tutta questa gioia, e ripensando a quelle scene mi vengono in mente i film di Kusturica con le loro atmosfere balcaniche, con gli animali sotto al tavolo e le galline che passano, una convivialità all’ennesima potenza.

Quanto deve alla sua famiglia?
Tutto. A mia madre in particolare l’avermi saputo dare una certa inquadratura perché aveva un carattere un po’ più duro di mio padre. A lui invece l’avermi trasmesso il senso della libertà con quel suo “fai quello che ti senti di fare” che valeva per tutto, anche per la scuola, convinto che se non ci piaceva studiare era perché ci piaceva di più la vita e che “se una cosa non la senti è meglio non seguirla che potrebbe rivoltartisi contro e farti male”, e quando ce lo diceva, mia madre si arrabbiava. Ai miei fratelli più grandi devo certe ispirazioni, a Rosario in particolare, probabilmente il primo a portarmi verso l’arte della rappresentazione e dell’intrattenimento.

Altri artisti hanno voluto portare i propri ricordi di vita sul palcoscenico, alcuni dicono che è molto terapeutico. Per lei com’è raccontarsi a teatro?
Liberatorio per certi versi, psicanalitico per altri. Sicuramente bello, perché è veramente bello vedere il pubblico che si diverte, si emoziona e piange sulla verità della vita, la mia in questo caso, perché ha capito che sto dicendo tutta la verità su me stesso. E costa molto meno della psicanalisi! Perché c’è stato un momento in cui avrei voluto fare un percorso, sentivo molti amici e colleghi che erano andati in analisi ed erano soddisfatti, ero quasi per provare, poi è nato questo testo e mi sono detto: “sai che c’è? La faccio a teatro”, e ha funzionato.

A Parigi i terroristi dell’Isis hanno colpito proprio i luoghi dove le persone si incontrano come il ristorante, lo stadio, il teatro dove si teneva un concerto rock, e dopo quei drammatici fatti anche in Italia adesso molta gente ha paura persino di andare a teatro, che ne pensa?
La capisco, ma mi auguro che questa paura possa passare presto. Abbiamo tutti paura, il sospetto di ogni cosa, questo era il loro obiettivo. Ma se pensiamo agli anni di piombo qui in Italia, quando saltavano banche, macchine, negozi e non si usciva più di casa, non è che è stato così differente. Anche noi occidentali siamo stati molto violenti, ma adesso ci stupiamo di ciò che stanno facendo queste organizzazioni criminali non occidentali, la violenza è violenza. Vogliamo parlare della mafia e di quante persone ha fatto saltare in aria? Che differenza c’è tra l’Isis e Capaci dove hanno messo 40 chili di tritolo? E a Napoli che si sparano ogni tre o quattro ore nei centri storici, e quanti morti ci sono stati lì e altrove per proiettili vaganti?

Poi però ci sono anche gli eroi, nella sua carriera ne ha interpretati tanti e continua a farlo. Su Rai1 sarà presto il vicecommissario della Terra dei Fuochi Roberto Mancini nella serie TV Non mi arrendo, mentre al cinema la vedremo proprio nei panni del giudice Paolo Borsellino nel film Era d’estate di Fiorella Infascelli…
Io li definisco eroi contemporanei, anche se in realtà non volevano esserlo, ma volevano solo una vita normale e che si fosse detta la verità rispetto a ciò che stavano raccontando. Le loro storie mi appassionano ma a volte mi indignano, o perché sono troppo poco conosciuti, o perché li abbiamo dimenticati, o perché sono morti perché come Stato e come società civile li abbiamo ignorati, e proprio per questo le racconto. Mancini ad esempio voleva il bene della nostra terra e dei nostri figli e non è stato aiutato, eppure ha continuato a mettere le mani in quelle terre contaminate e a respirarne l’aria per metterci di fronte a una grande verità, tanto da ammalarsi e morire. Di Borsellino racconto quando nel 1985 è stato portato con Falcone all’Asinara perché la mafia aveva minacciato loro e le loro famiglie e sono rimasti lì ad attendere di capire cosa sarebbe stato delle loro vite. La differenza sta solo nella notorietà, sia Mancini che Borsellino sono stati importantissimi nel dimostrare che il nostro può essere un paese migliore. Per fortuna ce ne sono ancora tanti che continuano a fare le loro piccole grandi battaglie quotidiane e che dicono grandi verità.