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I terroristi lo sanno bene. A dispetto dei memorabili spot di Massimo Lopez, una telefonata non regala prospettive di longevità. Anzi, il dilungarsi in chiacchierate al cellulare o all’apparato di rete fissa (ammesso che ancora qualcuno li adoperi) può compromettere il futuro di chi ha cattive intenzioni e usa gli strumenti di comunicazione per combinarne l’attuazione.

E’ fin troppo naturale che i “cattivi” stiano alla larga dalle soluzioni convenzionali che gli altri adoperano per mantenersi in contatto. In particolare, secondo qualche rivelazione “off the record” di funzionari della sicurezza francese, i criminali dell’Isis avrebbero trovato terreno fertile nelle tante applicazioni che offrono opportunità di comunicazione criptata facili da usare e difficilissime da intercettare.

A complicare la vita dei segugi dell’intelligence e dei detective delle Forze di Polizia arrivano le numerose “app” che uniscono l’irresistibile gratuità alla coriacea inviolabilità. Oltre all’ormai consueto WhatsApp, si sono aggiunte alcune alternative come Signal, Wickr, SnapChat e Telegram. Quest’ultima si è rapidamente guadagnata la “simpatia” dei militanti nell’Isis e in Al Qaeda, che non hanno esitato a servirsene come strumento di comando e controllo e a canalizzare – attraverso apposite dinamiche di diffusione di messaggi “circolari” – ordini e disposizioni operative.

Le funzioni di broadcasting garantiscono l’istantanea irradiazione di comunicazioni verso una platea di centinaia di interlocutori, assicurando l’immediato aggiornamento di tutti gli interessati e la potenziale sincronizzazione di qualsiasi azione collettiva.

Le organizzazioni jihadiste e le aggregazioni terroristiche hanno scelto come centrale operativa la app Telegram, il cui quartier generale tecnologico è a Berlino. Il “Channels Service”, lanciato due mesi fa (in sostituzione delle liste di broadcasting) con l’appetitosa chance di inoltrare messaggi simultaneamente ad una rete sterminata di persone che hanno aderito ad una specifica iniziativa.

La soluzione – partorita da Pavel Durov, conosciuto come il Mark Zuckerberg sovietico e creatore anche del popolare social network russo Vkontakte – si è subito dimostrata calzante con gli obiettivi di comunicazione, propaganda, reclutamento e coordinamento della platea dell’Isis e dintorni, nonché si è rilevata imperturbabile dinanzi a qualunque tentativo di censura o blocco. Gli account di Telegram sono legati al numero telefonico dell’utente, la cui registrazione è “verificata” con l’inoltro di un codice segreto spedito con un sms o comunicato con una normale chiamata.

A dispetto di tutti i possibili tentativi di identificazione di mittenti e destinatari e di rimozione dei contenuti, il sistema dei “channel” di Telegram non sembra offrire alcuna possibilità di monitoraggio da parte di chi è chiamato a contrastare le comunicazioni jihadiste. I vantaggi per le organizzazioni del terrore sono evidenti. E’ assicurato un buon livello di anonimato perché solo l’amministratore del canale è in grado di conoscere i nomi delle persone “iscritte”, precludendo a chiunque altro operazioni di identificazione o di tracciamento del resto del network. Chi è inserito nel “channel” può soltanto sapere il numero totale del gruppo di destinatari e non può replicare al broadcaster. Quest’ultima circostanza elimina la possibilità di contrastare il flusso di comunicazione con inserimenti o critiche che sono invece possibili per gli habitué del cinguettio online.

Telegram include una opzione di cifratura dei messaggi che attribuisce un ulteriore grado di sicurezza a chi se ne serve.

Sui social network l’investigazione è senza dubbio più agevole. Le liste di “following” e “follower” di Twitter sono pubbliche e consentono facili incroci tra quelli che seguono e vengono seguiti. Analogamente su Facebook è estremamente semplice svelare la cerchia degli amici di un soggetto e disegnare mappe di relazioni e conoscenze.

Se la battaglia si fa sempre più dura nei contesti urbani e le reazioni mantengono un minino di compostezza, la sfida sul fronte tecnologico purtroppo non conosce limiti ed è destinata a continue sorprese.

@Umberto_Rapetto