Il fumetto nel mondo arabo non è certo un fenomeno di massa come in Occidente. Resta un linguaggio raro e un baluardo isolato della libertà di stampa. Che paga ancora a caro prezzo. Con la censura, la chiusura del giornale o dentro l’aula di un tribunale. Ventimila dollari è la multa inflitta tre mesi fa a Samandal, l’unico magazine dedicato al fumetto sopravvissuto in Libano. Le accuse mosse dal pubblico ministero libanese sono di diffamazione, anche religiosa. Una delle vignette che ha mandato su tutte le furie il governo di Beirut è firmata da Lena Merhej e raffigura una parolaccia locale usata per offendersi: “Che bruci la tua religione!”.

Per denunciare la brutalità dell’espressione ha disegnato i rappresentanti di due confessioni diverse che prendono fuoco. “In quattro abbiamo chiesto un prestito in banca da cinque mila dollari. Poi venderemo dei nostri disegni per recuperare i soldi” dice Lena, 38 anni, già autrice di due libri a fumetti – l’ultimo, “Yogurt e marmellata”, lo ha presentato a settembre al Festival della letteratura di Mantova -, che sogna di aprire una scuola di fumettisti. Per otto anni ha tenuto un corso di animazione e illustrazione all’università americana della capitale. Poi si è trasferita a Brema per un dottorato e oggi, di nuovo nel suo Paese, è in cerca di lavoro. Perché a Samandal sono tutti volontari.

Il magazine è nato nel 2007 da due libanesi, Hatem Imam e Omar Khouri, e un siriano, Fadi Baki. Ora conta 350 collaboratori da Belgio, Francia, Germania, Algeria, Marocco, Dubai, Sud Corea e Sud America. È scritto in tre lingue diverse, inglese, arabo e francese. Tra gli sponsor: l’Unesco, il Goethe Institut, il Centro culturale francese e il fondo arabo per la cultura. Nessun imprenditore si è fatto avanti. Quindici edizioni in tutto. Ogni pubblicazione è seguita da un workshop aperto al pubblico “per sensibilizzare la gente al linguaggio creativo”, spiega Lena. Samandal deriva dall’inglese “salamander”, cioè salamandra, “un anfibio, che sta in acqua e sulla terra, come la nostra arte, a metà tra la scrittura e il disegno”.

La rivista si trova nelle librerie di Beirut, ma anche in Germania, Egitto, Francia, Belgio e Canada. “Non imponiamo lo stile, né il contenuto. Uniamo fumettisti di tutto il mondo e vogliamo offrire tanti modi di raccontare la realtà – sottolinea l’autrice -. Non facciamo i nomi dei politici, ci guardiamo bene dal prenderli in giro. Evitiamo scene di sesso, nudi, questioni religiose. Se lo fai devi essere politically correct”. La sopravvivenza in guerra è uno dei suoi temi più cari. “Sono nata sotto le bombe e per 15 anni ho vissuto così. Ho bisogno di sfogare quel dolore, di far sapere agli altri in quali condizioni ti costringe a vivere la guerra”.

Il collettivo di Samandal ha dato impulso al fiorire di altre tre collettivi di fumetti nella cultura araba: Lab619 (in Tunisia), Kef Kef (in Marocco), Tok Tok (in Egitto). “Ci autofinanziamo, non abbiamo trovato editori disposti a pubblicare la rivista – racconta Shennawy, graphic designer di 37 anni, che insieme ad altri tre colleghi del Cairo nel 2011 ha fondato Tok Tok -. Non ci interessa la satira politica, quella la fa già Facebook. Noi ci occupiamo della vita quotidiana, delle piccole lotte per l’emancipazione sociale”. Il simbolo di questa sfida è il tuk tuk, il taxi a tre ruote, un mezzo popolare, utile ma pericoloso, a cui si ispira il nome della rivista. Fa un esempio: “Un ragazzo di 20 anni vuole andare a vivere da solo, ma la famiglia pensa che voglia farlo per drogarsi, fare sesso ogni giorno con una donna diversa, perché qui non è normale uscire di casa a quell’età”. Oppure: “Un poliziotto uccide un criminale durante l’investigazione. Un altro criminale affidato allo stesso agente, appresa la notizia, si defenestra”.

Il finale delle storie non è mai chiaro. “Come le decisioni del governo calate dall’alto senza un motivo. Noi lasciamo spazio alla riflessione” chiosa Shennawy. Tok tok è un trimestrale per adulti. “Sulla copertina abbiamo aggiunto la scritta ‘tenere fuori dalla portata dei bambini’ dopo che un padre ha acquistato Tok Tok per suo figlio e una volta tornato in libreria per lamentarsi delle vignette il libraio ha deciso di non venderlo più”. Nell’ultimo numero si torna sulla strage di Charlie Hebdo. Il fumetto in questo caso si intitola “Je suis Kouachi”, uno dei due fratelli omicida. “La storia spiega come è nato, a quali giochi giocava, che gli piaceva disegnare, poi ha incontrato degli estremisti che gli hanno insegnato a uccidere, ma lui non sapeva perché bisognasse farlo, e così ha preso di mira chi sapeva disegnare meglio di lui”.