La guerra in Bosnia non era affatto l’ultima del Novecento. Era la prima del terzo millennio. Esprimeva già il potenziale distruttivo delle tempeste a venire. C’era in essa l’impotenza dell’Europa di fronte alle crisi che la riguardavano (…) La guerra in Bosnia, scatenata col pretesto di reprimere un fondamentalismo islamico che ancora non esisteva, lungi dal prevenire il terrorismo, lo svegliava dal suo torpore, lo chiamava in vita.

Il tunnel di SarajevoCosì scrive Paolo Rumiz in un passaggio della lucida, bella ed esaustiva prefazione de Il tunnel di Sarajevo, incisivo saggio a cura di Angelo Lallo e Lorenzo Torresini pubblicato da NuovaDimensione. La tesi di tutti gli interventi che compongono il testo è la seguente: il conflitto in Bosnia-Erzegovina è stata una guerra psichiatrica. La rottura dell’equilibrio tra i popoli che componevano una terra multiculturale è stata possibile grazie alla pulizia etnica e alla separazione delle persone in base alla propria appartenenza.

La psichiatria sociale, per cercare di affermarsi come strumento di controllo sociale del territorio fu presente nel conflitto bosniaco anche perché molti protagonisti di quei tragici avvenimenti erano psichiatri, in primis Radovan Karadžić, l’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia, incriminato per crimini di guerra e genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia dell’Aja.

Nel libro si susseguono i contributi di ex colleghi di Karadžić, i professori Slobodan Loga e Ismet Cerić, entrambi assediati a Sarajevo sotto i colpi dei mortai, delle granate e dei cecchini, entrambi impegnati giorno e notte all’interno della clinica psichiatrica cittadina. Testimoni della vitalità, nonostante tutto, della popolazione. Lo dimostra il fatto che in più di mille giorni di assedio non ci furono suicidi dimostrati.

Importanti anche i contributi di altre persone che hanno vissuto il dramma della Sarajevo assediata con la sua carica di speranza e di voglia di far riemergere la vita culturale e la straordinaria solidarietà degli uni verso gli altri, e i contributi di quelli che hanno analizzato il dopoguerra. Ne nascono riflessioni interessanti, spunti suggestivi. Il tutto supportato dalla documentazione data dal Bilten, un ciclostile stampato a Sarajevo in lingua bosniaca e inglese che ha fatto conoscere al mondo le pressanti richieste di un popolo costantemente attaccato.

La guerra dei dieci anniUn altro libro molto bello ed esaustivo è La guerra dei dieci anni (a cura di Alessandro Marzo Magno, con la prefazione di Adriano Sofri e la postfazione di Barbara Grunden, pubblicato da Il Saggiatore). Il volume analizza fatti, persone e ragioni dei dieci anni che hanno lacerato e smembrato la ex Jugoslavia. Si inizia con la primavera slovena e la nascita del popolo celeste, si passa alla propaganda nazionalista sempre più esacerbata dei media croati e serbi, si attraversano gli orrori di Vukovar, della Slavonia, i missili su Zagabria e sulla Dalmazia, i giorni di Sarajevo assediata, la distruzione di Monstar e del ponte interculturale, la guerra tra croati e musulmani, i patti, l’impotenza dell’occidente, l’imbarazzo europeo, gli accordi di Dayton, fino ad arrivare al Kosovo, ai bombardamenti della Nato sulla Serbia e alla polveriera macedone.

La guerra dei dieci anni è un testo complesso ma godibile, aiuta a capire la complessità balcanica grazie anche a contributi di grande spessore e ad un’appendice che racconta la storia della Jugoslavia fino alla sua frammentazione e ci porta a riflettere sulle nostre responsabilità. Come scrive Adriano Sofri nella prefazione:

L’Europa è per definizione il Vecchio Mondo. L’esperienza dei Balcani ha segnato un ulteriore e precipitoso gradino nella sua vecchiezza, un’esitazione quasi insuperabile a dire “mai più”. Che sia almeno in parte compensata da una cura più tempestiva e attenta per la prevenzione, la costruzione degli argini, e la riparazione, nei punti in cui la piena ha già rotto. Mi piacerebbe dire che la storia serve a questo, dunque anche il bel libro che avete in mano. Ma non ci credo, oppure sì: come un secchiello da bambini in mezzo a un’alluvione del bel Danubio blu.