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Per chi come me è “nato politicamente” con il primo Antonio Bassolino, quando nella seconda metà degli anni settanta appariva l’astro nascente del Pci meridionale, risulta veramente difficile giudicare questa ricandidatura a distanza di quindici anni dall’esperienza di sindaco di Napoli e dopo altri sei anni dall’infelice conclusione del suo mandato di Presidente della regione Campania.

Il “secondo Bassolino”, col suo “rinascimento napoletano” della prima sindacatura, aveva prodotto uno dei più importanti fenomeni politico mediatici di quegli anni. Non a caso si parlava di “partito dei sindaci in contrapposizione al partito romano dei D’Alema, dei Veltroni e dei Fassino, responsabili dell’involuzione e del declino di quel che fu un grande partito di sinistra, verso gli approdi sempre più moderati delle diverse trasformazioni in “cose” fallimentari. Bassolino in quel tempo ambiva a diventare un protagonista assoluto della politica italiana, proiettato verso ancor più ambiziose mete.

Cosa si può dire di questa terza fase? Che i protagonisti del palcoscenico non vanno mai in pensione? Che Antonio si sente come l’Araba fenice che muore e risorge sempre? A me suona come un déjà vu, la ripetizione di un telefilm datato. Non è per la persona in sé, che ha indubbiamente molta determinazione e coraggio nel riproporsi (una bella faccia tosta diranno i nemici o penseranno i falsi amici).

No, quel che mi suona come una musica stonata, è la scelta politica che sta alla base di questo tentativo di ritorno sulla scena. Alla fine Antonio, che fu l’ingraiano per eccellenza, interprete di una visione marxiana e gramsciana della società meridionale, tenace innovatore nel primo corso della sua sindacatura, oggi mi sembra il conservatore di un progetto superato, in un partito che come nella saga pirandelliana è uno, nessuno e centomila. Un Pd abitato da corsari e pirati di ogni specie.

Un partito che sotto l’egida del fiorentino, fa accordi con Verdini e con Berlusconi, perfino col diavolo per far passare il jobs act contro i lavoratori, lo stravolgimento anticostituzionale delle istituzioni ed una legge elettorale antidemocratica.

Bassolino candidandosi da sindaco del Pd – oltretutto da una posizione di evidente debolezza –  difende tutto ciò, anzi lo avvalla e lo valorizza perché per vincere, almeno le primarie, dovrà fare accordi con costoro e chissà con chi altro. Sarà una specie di secondo De Luca, l’uomo che fu agli antipodi della sua visione politica. No, il “terzo Bassolino” me lo voglio proprio risparmiare, è troppo deludente, per chi un tempo lo ha ritenuto persona di grandi qualità politiche.