Lampeggianti in lontananza, traffico rallentato, pedoni curiosi che si affacciano dal marciapiede. Eccoli là, pensi, sono arrivati. Sarà perché sei a due passi dalla Sinagoga, sarà perché l’allerta è a mille (soprattutto quella psicologica), ma il primo pensiero in un sabato mattina piovoso di novembre è che anche Roma, dopo Parigi, sia stata attaccata. Continui a pensarlo anche quando un tizio, davanti a te, si sbraccia e urla: “Signora, vada piano”. Non sai se far prevalere l’istinto del cronista d’assalto o quello del cittadino terrorizzato. Sono istanti che sembrano non finire mai.

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Pochi metri, il cuore che batte a mille. Poi, finalmente, arrivi sul luogo dell’attacco e vedi persone a terra, macchine abbandonate ai lati della strada, motorini ribaltati. Ma è quando provi a mettere i piedi a terra (per fermare lo scooter) che te ne rendi conto: hanno colpito davvero. Gli storni che da settimane bivaccano sugli alberi secolari del Lungotevere hanno prodotto la loro parte di terrore. Perché il guano riversato sull’asfalto e mai davvero pulito, mischiandosi alla pioggerellina sottile, ha reso la carreggiata una cosa simile a un’autostrada d’olio. Neppure i sampietrini sconnessi erano mai arrivati a tanto. Una melma salmastra, una sottospecie di unguento killer. Impossibile stare in piedi, i motorini vanno giù come birilli.

Non fai neanche in tempo a pensarlo che alle tue spalle senti un botto fragoroso. Eccone un altro, che non è riuscito a frenare dietro una macchina ed è andato liscio sulla merda. In pochi metri ce ne saranno quattro o cinque, ma non riesci neanche a fermarti per prestare soccorso, perché se provi a tirare il freno fai la stessa fine. Vai avanti, a dieci chilometri all’ora e con entrambi i piedi pronti a tentare di bloccare lo scooter. Oltrepassi a fatica l’incrocio con via Arenula. Pensi sia finita, e invece no. All’altezza di via Giulia lo scooterista che avevi incrociato al semaforo prima si allunga sull’asfalto. E per fortuna le auto dietro di lui riescono a frenare in tempo. Tu ancora in sella, per miracolo, col cuore che comincia a pensare alle ultime volontà: ma quanto è lungo questo Lungotevere…

È proprio quando arrivi all’altezza della Cassazione e pensi di essere fuori pericolo, che una ragazza sul marciapiede ti rimanda all’inferno: “State attenti, per carità”. Altri cento metri di paura e altri botti, uno dopo l’altro. Gli automobilisti si fermano ad aiutare. Sembrano attacchi programmati e contemporanei.

E dire che nelle scorse settimane a uccidere i romani sembrava bastare la puzza. Il guano aveva riempito di un olezzo nauseabondo tutto lo stesso tratto di strada, da entrambi i lati del fiume. E che, per affrontare i pericolosi uccelli, erano stati assoldati ben cinque falchi Harris, col compito di attaccare solo quelli in volo. Forse è stato questo il problema: gli storni se ne devono essere rimasti comodamente appollaiati sui rami, seguendo il famoso motto romano “esticazzi”.

Ieri alcuni tratti del Lungotevere sono poi stati chiusi al traffico, per consentire ai mezzi dell’Ama di pulire le strade. Ma ai romani è rimasta una certezza: laddove non arriva l’Isis arriva la merda.

Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2015