Una pionieristica tecnica di taglia e cuci molecolare del Dna è stata utilizzata nel Regno Unito per curare una bimba inglese di un anno dalla leucemia. Il trattamento di ingeneria genetica cellulare, effettuato su alcune cellule del sistema immunitario, è stato messo a punto dai ricercatori del Great Ormond Street Hospital (Gosh) e dell’University college London (Ucl) insieme alla società di biotech francese Cellectis, che ha deciso di finanziare trial clinici a partire dal prossimo anno. Ilfattoquotidiano.it ha chiesto ad Alberto Auricchio, coordinatore del Programma di ricerca di terapie molecolari dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Pozzuoli e docente di genetica medica presso l’Università Federico II di Napoli, di spiegarci come si è giunti a questo risultato e quali prospettive apre per la ricerca sulle malattie genetiche.

Come giudica questa notizia che viene dal Regno Unito?
Al momento, è ancora un unico caso trattato da relativamente poco tempo, per cui bisognerà seguirne il decorso e sopratutto aumentare la casistica. Ma, considerando che non esisteva alternativa per questa bambina con aspettativa di vita molto breve, penso sia un risultato molto positivo.

I ricercatori britannici parlano di primo caso al mondo
Il trattamento riguarda una bambina con una forma di leucemia linfoblastica che aveva già avuto una ricaduta della malattia dopo il trapianto di midollo, e per la quale non erano disponbili altre terapie.

Com’è stato raggiunto questo risultato?
La terapia sperimentale consiste in un trapianto allogenico (da donatore diverso dal paziente stesso, ndr) di cellule T, cioè di cellule del sistema immunitario che sono state geneticamente modificate in laboratorio in modo da riconoscere e uccidere le cellule leucemiche.

Come funziona questa tecnica di ingegneria genetica?
Si basa sulle nucleasi “Talens” (Transcription Activator-like Effector Nucleases), cioè forbici molecolari capaci di modificare il genoma, tagliandolo in posizioni molto precise, in modo da inattivare o correggere specifici geni, a seconda delle necessità. Queste molecole, assemblate artificialmente in laboratorio, fanno parte di una nuova generazione di enzimi modificatori del Dna, la cui versione più recente e versatile è rappresentata dalla tecnica “Crispr” (Clustered regularly interspaced short palindromic repeats). Si tratta di strumenti preziosi che possono essere usati non solo a scopo terapeutico, come in questo caso, ma anche per studiare la funzione di geni specifici.

Nel vostro istituto a quali patologie applicate questo “taglia e cuci” genetico?
Al Tigem di Pozzuoli, per esempio nel laboratorio di Andrea Ballabio, è in corso un progetto di ricerca che prevede l’inattivazione sistematica, mediante Crispr, di tutti i geni coinvolti in un gruppo di gravi malattie ereditarie, le malattie da accumulo lisosomiali. Questo permetterà di creare dei modelli cellulari che potranno essere utilizzati per comprendere meglio il meccanismo di queste malattie, ma anche di trovare nuovi farmaci per la loro terapia.

Quali sono i protocolli sperimentali di terapia genica in corso al Tigem?
Il Programma di terapie molecolari del Tigem, che coinvolge sei gruppi di ricerca, sta mettendo a punto terapie geniche per malattie lisosomiali, errori congeniti del metabolismo, malattie neurodenegerative e cecità congenite. Per alcune di queste siamo a una fase di sviluppo pre-clinico, per altre le sperimentazioni cliniche sono state effettuate o saranno cominciate a breve.

Quella inglese è una terapia già sperimentata altre volte? In cosa si differenzia rispetto ad analoghi trattamenti?
Il caso di Ucl/Gosh è il primo nel quale la tecnologia Talens è stata usata nell’uomo, sebbene in precedenza pazienti con Hiv siano stati trattati con cellule modificate da altri tipi di nucleasi. Rispetto ad altre forme di terapia genica, nelle quali si va ad aggiungere una copia sana del gene senza andare a correggere la copia mutata presente nel genoma, qui invece si modificano geni parte del patrimonio ereditario. Una vera e propria correzione piuttosto che un’aggiunta.

Che lei sappia, è già iniziata una sperimentazione clinica?
Immagino che i risultati promettenti di questo singolo caso apriranno le porte a una vera sperimentazione clinica che coinvolga più soggetti, senza la quale non sarà possibile comprendere la reale sicurezza ed efficacia di questo approccio. Solo il tempo, infatti, potrà dirci se la bambina è guarita. E solo una sperimentazione di più casi potrà stabilire se la guarigione è avvenuta grazie alla terapia genica.

Quali sono le prospettive future di questa terapia sperimentale e, in generale, della terapia genica?
I recenti risultati positivi di sperimentazioni cliniche di terapia genica condotte presso l’Istituto San Raffaele Telethon di Milano, il Tigem di Pozzuoli e altri centri europei ed americani hanno dimostrato che la terapia genica ha la possibilità di curare malattie altrimenti non trattabili. Questi risultati stanno risvegliando nei confronti di questa disciplina l’interesse anche da parte di aziende farmaceutiche, senza il cui contributo organizzativo ed economico è impossibile pensare di far arrivare il farmaco ai pazienti. Quindi, penso che i tempi siano maturi per allargare il successo clinico della terapia genica da questi iniziali esempi a un numero più largo di malattie, ereditarie e non.