Ricevo e pubblico la testimonianza di Ingrid Iussi, una mia studentessa. Ha scritto un breve resoconto su quanto avvenuto una settimana fa, che trovo sentito e vero, e scattato alcune foto senza offendere la dignità di chi è stato in diversi modi toccato da quanto accaduto.

Parigi, venerdì 13 novembre 2015. Ore 22,42

“Ingrid collegati un po’ su whatsapp”.

Mi chiedo che cosa possa volere mia zia a quell’ora e con quel tono, inizio a pensare a cosa possa essere successo a casa, io così lontana da loro, mia madre e mio padre stanno bene? Ma non è poi così lontano il problema, poco dopo aver letto il messaggio entro con la mia classe universitaria in un bar non distante dal nostro Hotel, percepisco silenzio e vedo solo volti girati verso lo schermo di un televisore.

Dolore, paura, tristezza.

E’ così che una serata tanto attesa a Parigi è diventata la mia testimonianza dell’attentato a Parigi, è così che la mia classe ed io ci siamo visti passare la storia sotto i piedi.

Al tavolo arrivano le birre di cui già ci eravamo dimenticati insieme alle mille telefonate da casa, dall’Italia, da lontano da noi. Tra una chiamata, un messaggio ed una risposta non esistono altri discorsi, solo i nostri occhi che si cercano per trovare conforto e che si interrogano in silenzio “cosa facciamo adesso?” si dicono.

“Beviamo la birra e andiamo in hotel”, la birra non scende, i silenzi continuano, le chiamate anche. I pensieri di più. Torniamo in hotel e accendiamo la Tv, qualcuno di noi capisce un po’ di francese ma non serve, le immagini trasmesse parlano da sole. Violenza, sangue freddo, odio.

Mi chiedo davvero come sia possibile tutto ciò, mi chiedo chi te lo fa fare di farti saltare in aria, in nome di un Dio che non è di nessuno e di una vita che è il dono più grande che si possa ricevere, colpendo la quotidianità, la gioventù, la gioia e il divertimento. Come puoi?

Dopo un giorno intero passato in hotel sotto le raccomandazioni dei genitori e dell’ambasciata, la domenica decidiamo di andare a la Place de la République perché da fotografi sentiamo il bisogno quantomeno di vedere con i nostri occhi, di registrare un ricordo di tanta disperazione e di documentare quanto possibile. Famiglie, bambini, ragazzi, tanti ragazzi. La piazza era piena di persone che piangevano i loro cari o semplicemente accendere una candela come pensiero.

Ero lì, ero quelle persone anche io, ero la mano che impugnava una candela o che posava una rosa, ero gli occhi della gente che piangeva, ero gli abbracci scambiati e le parole dette con lo sguardo. Ho abbracciato un ragazzo che ha perso sua sorella minore nella strage, non potevo fare altro, ho pianto con lui, ci siamo guardati in silenzio dicendoci tanto, ci siamo ringraziati e gli ho promesso che mi ricorderò di lui, di lei.

Mi chiedevo se fosse giusto essere lì e fotografare, catturare con la mia macchina fotografica il loro dolore, guardarli da dietro un mirino anche io. Ma è l’unica cosa che mi veniva da fare, l’unico mezzo per testimoniare e difendere tutte quelle persone, così l’ho fatto lo stesso cercando di non togliere dignità a nessuno. Ora sono a casa, al sicuro non lo so, ma a casa, in Italia.

Non so per quanto ancora il suono delle sirene di ambulanze o polizia mi daranno i brividi, e non so per quanto ancora farò qualcosa o andrò da qualche parte senza la paura di rivivere una situazione del genere. Ma sono qui, posso raccontarlo, ho sentito il dolore di Parigi in 3 giorni che mi sono sembrati mesi, ma amo quel posto e non sono sfortunata perché la mia vacanza si è rovinata ma sono più che fortunata per quello che, nonostante tutto, mi porterò dentro, e so che ci ritornerò.

Ingrid Iussi