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Napoli, quartieri spagnoli. La gente affolla  le strade, o, meglio, i vicoli. Stretti, tortuosi, senza marciapiedi.  Rimpiccioliti  ancora di più dallo spazio pubblico  occupato abusivamente dagli abitanti dei “bassi”: angusti, umidi  monolocali, senza luce, senza aria, dove vivono  famiglie con bambini, ragazzi, magari con i  nonni.

Non è facile vivere ai  quartieri spagnoli, così come  negli altri quartieri a rischio, dove da anni si  combatte una guerra tra le più feroci. I vari clan della camorra napoletana, che si contendono le zone per lo spaccio della droga, infatti, non si fanno scrupolo di  sparare e ammazzare  tra la folla, nei bar, nei negozi  il nemico di turno, con il rischio di colpire persone innocenti.

Quanti innocenti, caduti per le mani dei sicari della camorra, Napoli ha dovuto piangere  in questi anni! Quando accade la sparatoria il panico prende il sopravvento. Le mamme terrorizzate vanno in cerca dei loro figli. Poi le urla di disperazione di parenti e amici della vittima.

Le sirene della polizia. Il trasporto  in Ospedale. La speranza  che possa essersi  salvato. Infine  scende il coprifuoco.  Napoli, quartiere Sanità. Un giovane di 17 anni appena, viene ucciso due mesi fa sul piazzale antistante la chiesa di san Vincenzo. Sono le 4 del mattino.  Un commando è partito da un’ altra zona  per  dare una lezione a quelli della Sanità. Può darsi che non fosse lui il bersaglio.

In questi casi uno vale l’ altro. La cosa importante è che sia un nemico. O, comunque, appartenga alla banda del nemico. O, almeno,  abiti nello stesso  quartiere del nemico. Tra le guerre che l’ umanità ha avuto la sventura di combattere, quelle civili – o, meglio, incivili –  sono sempre state le peggiori. Quando il “nemico” abita nella stessa città, parla la medesima lingua, ha lo stesso  accento dialettale,  tutto diventa più difficile, più doloroso, più ingarbugliato. Più assurdo.

Nella piazza del quartiere Sanità,  che vide cadere sotto i colpi il povero Genny, pochi giorni fa è stato ucciso Pietro Esposito – Pierino –  45 anni. Non era uno stinco di santo. Era il boss del rione, totalmente  immerso nel “sistema”. Come tutti i suoi colleghi, aveva messo in conto la possibilità di finire in quel modo i suoi giorni. “Loro” dicono di aver scelto di vivere così. Purtroppo il prezzo più alto delle loro scelte scellerate  lo fanno pagare agli altri. A  chi ha deciso di rimanere onesto. A chi lotta, soffre e spera per un mondo più giusto. Infatti,  pur di ammazzare il boss, che accortosi dell’ agguato ha tentato di scappare  a piedi, i sicari hanno preso a sparare all’impazzata.

Ed ecco ferire gravemente un giovane di 29 anni. Si chiama Giovanni, l’ ultima vittima – per adesso –  innocente di una camorra spietata, scatenata e stupida. Giovanni non faceva parte del sistema. Non aveva messo in conto di essere ammazzato. Oggi lotta tra la vita e la morte in ospedale. I tristissimi attentati  di Parigi, la preoccupazione  che possano ripetersi nelle nostre città, lo strazio per le vittime,  hanno distolto l’attenzione di molti su quanto continua ad accadere a Napoli. E invece non bisogna abbassare la guardia. Come suonano pigri, noiosi,  insopportabili i commenti di tanti a proposito delle vittime innocenti: “Si è trovato nel  posto sbagliato al momento sbagliato”.  E invece no. Ognuno ha il diritto di andare dove più gli aggrada, se la legge non glielo vieta. “ Sbagliati”  sono loro: i delinquenti, i camorristi, i terroristi, i nemici della pace, della città,  della civiltà.

I nemici dell’umanità, quartiere Miano. Sono le ore 19,00 di mercoledì. Sotto casa sua viene assassinato un uomo, un vecchio boss della zona. A Napoli la camorra, imperterrita, continua a mietere vittime. A insanguinare le strade. A impaurire il prossimo. E continua a germogliare,  a intimorire, a comandare. A uccidere. In pieno giorno. Sotto gli occhi di tutti.