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Qualche giorno fa è apparsa sul New York Times l’intervista tra due personaggi che hanno fatto la storia delle donne americane: il giudice della Corte Suprema (seconda nella storia a ricoprire quel ruolo) Ruth Bader Ginsburg e la giornalista femminista Gloria Steinem.

Amiche di lunghissima data (entrambe oltre gli ottanta) le due donne sono legate dall’aver condiviso, su piani diversi, le stesse campagne per l’emancipazione e i diritti delle donne, in un’epoca in cui anche se laureatesi ad Harvard prime della classe, le donne non trovavano lavoro. O avevano bisogno di un uomo per affittare un appartamento o per attivare una carta di credito.

Con le loro battaglie – una nelle corti l’altra attraverso i giornali – hanno creduto nel potere delle donne e nella costruzione di un loro ruolo attivo nel mondo.

Nonostante ci sia ampio margine per migliorare la divisione dei ruoli nelle famiglie e per salari alla pari, in America le donne hanno ottenuto di più e per come sta andando la campagna elettorale non è più così irrealizzabile vedere una donna insediarsi in Pennsylvania Avenue.

In Italia non riusciamo ad andare oltre le quote rosa…

In questi giorni è uscito il nuovo libro dell’avvocato Giulia Bongiorno, e nel suo ritratto delle donne nella società italiana sottolinea quanta sia ancora la strada da fare per smarcarsi dall’onere di far quadrare casa, famiglia e lavoro.

Mentre guardavo i bambini giocare al parco, ho ascoltato ieri l’ennesimo commento di una signora che divideva con me la panchina e parlava di scuola.

“La categoria delle mamme sarebbe da cancellare”. Anche lei naturalmente era mamma e in qualche modo anch’io, nel conversare, mi sono detta d’accordo. Di ritorno a casa non ho potuto fare a meno di domandarmi: è davvero scritto nel nostro destino di non riuscire a fare gioco di squadra?

Siamo noi le prime nemiche di noi stesse?”

E se veramente fosse così, qual è la vera ragione?

Troppo superficialmente si imputa la rivalità come causa della scarsa complicità tra donne e si riduce a barzelletta da bar la prerogativa che se una donna è bella, ovviamente attira l’antipatia delle altre. E’ quasi pensiero comune credere che per natura le donne invidino agli altri – e più degli uomini (Freud docet) – quello che non hanno.

Ammesso che possa esserci un elemento di invidia nella vita delle donne, è importante capire da cosa è originato. Provare a comprendere perché una donna con una qualità di vita media dovrebbe trovare insopportabile, odiosa, un’altra che non le ha fatto assolutamente nulla.

Si tratta, a mio avviso, di una guerra tra poveri.

Per quelle donne che restano in sottrazione nel mondo che conta, il piccolo universo che vivono quotidianamente (fatto di commissioni inutili, riti consueti e monotone ore) diventa la brutta copia della vita stessa.

Se a una donna togli la possibilità di educarsi, lavorare, entrare nella società dalla porta principale, affrontare le sfide e raccoglierne i successi, e le lasci come unica fonte di soddisfazione la cena delle otto e le riunioni coi maestri, quella sarà una donna che lotterà per le briciole che qualcun’altra come lei potrà toglierle. Privare la donna del piacere di una vita completa è una sconfitta per tutta la società, anche per gli uomini.

Diversamente, arricchita di stimoli su più fronti – affettivo, lavorativo, personale – non spenderà più la sua energia a guardarsi le spalle e a trovare nelle altre dei potenziali concorrenti.

Ma per cambiare questo scenario bisogna eradicare dal modello italiano il culto della mamma, protettrice di tutti i congiunti, l’angelo che provvede a tutto, la venere paziente che svolge mansioni, la creatura celeste che sfama gli affamati e disseta gli assetati.

Il culto della famiglia interamente sulle spalle della genitrice è un modello obsoleto che va smantellato. Da metter fuori produzione quanto lo strizzatoio o la cintura di castità.