Evaporata in una nuvola rossa – ma più che altro nera – l’unanimità del cordoglio, che come sempre ha in breve tempo lasciato spazio alle solite divisioni (persino di fronte a ciò che dovrebbe solo unirci: unirci davvero), scorgo attorno a me il mesto scenario di sempre.
Da una parte ci sono i guerrasantisti paracristiani (cit. Michele Serra), quelli che voglion la guerra e la voglion sempre, e mai una volta che ci abbian visto giusto, e infatti se anche solo provi a chiedergli con garbo “Sì, ma la guerra a chi la facciamo? E dove, e come?”, a quel punto li vedi balbettare come neanche Sigmund Baginov.

Dall’altra parte ci sono pacifisti ortodossi, quelli che “la guerra mai, ma proprio mai”, che beninteso utopicamente è anche una cosa bella, anzi bellissima. Poi però – per dire – mi sarebbe piaciuto vederli di fronte al delirio di Hitler. Magari, chissà, avrebbero contro-mitragliato il nazismo citando il Vangelo secondo Matteo. Son gli stessi pacifisti oltranzisti che se la prendono quasi più per il titolo di Belpietro che per le mattanze al Bataclan, e per carità quel titolo era una schifezza accecante, ma in buona sostanza – e via, su – chi se ne frega di Belpietro.

Ma proprio chi se ne strafrega di Belpietro. Stupirsi dei suoi titoli è come stupirsi se quel tale pelaticcio e brutto come un disco dei Modà continua a insultare vilmente Emergency. Parlare tanto di Belpietro e poco del resto, che è va da sé un “resto” enorme, è un po’ come lamentarsi se ti si è rotto il servizio di porcellana mentre un gigantesco meteorite si è appena abbattuto sul Pianeta Terra.

Mio padre, che come me sbaglia sì e no due o tre volte l’anno (in realtà sbaglia di meno, ma ho alzato il numero perché possiate immaginarci come una famiglia umile), dice che non è in guerra e mai guerra la farà. Io, che son obiettore di coscienza ma pure fenogliano, mi compiaccio della sua nobiltà d’animo ma penso al contempo che quel desiderio di essere un soldato dell’esercito di Cromwell con la Bibbia nello zaino e il fucile a tracolla” sia anch’esso un sentimento di Libertà purissima. Molto più di quel pacifismo salottiero quasi sempre a favor di telecamera (e di caviale). Se il gioco a sinistra è quello di partecipare alla gara del Boldrini Prize, passo volentieri la mano.

Non è il mio premio e di retorica scaduta non ho mai saputo cosa farmene. Il flowerpower l’ho abbandonato quando avevo 4 anni, e anche allora – lo confesso – le messe laiche di una certa sinistra mi frantumavano neanche troppo allegramente gli zebedei. Sono così umano e fallibile da provare un fastidio smisurato anche solo quando vedo in tivù le interviste di musulmani ora in Italia che, con aria di sfida, non condannano le stragi di Parigi e dicono pure che ce la siamo cercata. Be’, caro musulmano così moderato e garbato, fai una bella cosa: torna a casa tua. Di tua iniziativa o magari – democraticamente – accompagnato da un governo (il mio) che non riconosci e non rispetti. Senza offesa, ma nel mio paese non vorrei vederti più. Oltretutto, considerato che è un paese che pare farti così schifo, immagino che non soffrirai troppo se lo abbandonerai.

Fatico a negare l’esigenza di una reazione: non possiamo tirarci indietro. Il punto è però come, e dove, intervenire. Qui non siamo nella Prima Guerra del Golfo, quando la “trama” in qualche modo era chiara. Il rischio di intervenire a casaccio, reiterando gli errori della guerra in Iraq nel 2003 (e non solo quella), mietendo vittime civili e facendo il gioco del sedicente Stato Islamico è altissimo. Sono decenni che l’Occidente, in Medioriente, non migliora e anzi complica ulteriormente la situazione. E’ questo il problema: non il cosa, ma il dove e il come. Siamo onesti e ammettiamolo, benché con dolore, e con un fatale senso di sconfitta.

Tutti ostentano certezze, in tivù come sui social. Io non ne ho. Leggo e studio, cercando di capire, una materia tanto complicata quanto sfaccettata (e incandescente). Da buon ultimo, mi trovo ora arenato sul concetto di “guerra giusta”. Un concetto così enorme, stordente e complesso che impegnò Norberto Bobbio fino agli ultimi giorni. E Bobbio, che era persona non solo illuminata ma più ancora sensata, si guardò bene dall’indicare una soluzione: una risposta definitiva. Ben sapendo che non vi fosse.

Resta, in questo ballo del giocare alla pace e alla guerra, Matteo Renzi. Lo guardi e, più del solito, sembra del tutto impreparato. Persino un po’ tonto. Anzi: proprio tonto. Per una volta lo capisco. Fa bene, anzi benissimo a prender tempo e a non dire “sì” acriticamente a qualsiasi richiesta di Francia (e Russia, ché ormai son tutti diventati putiniani). Fa meno bene, anzi malissimo, a dare armi a quegli Stati “amici e moderati” che si sono rivelati indiscutibilmente finanziatori dell’Isis. Troppo facile dire no all’Isis e poi andare a Rihad per baciare la pantofola dell’amica Arabia Saudita. Troppo facile vendere caccia a Qatar e Kuwait, magari aiutando – già che ci siamo – i cari amici di Finmeccanica. Una soluzione a breve termine non c’è e Renzi lo sa. Meglio riflettere: riflettere bene. Qualcosa, però, potrebbe fare subito.

Per esempio non avere alcun tipo di rapporto commerciale con quegli stati vicini all’Isis (a costo di perdere soldi, tanti soldi). E poi rendere ancora più facili le intercettazioni (altro che limitarle). E poi combattere il riciclaggio (altro che depenalizzarlo parzialmente). E poi – e soprattutto – investire sulla sicurezza. Abbiamo forze dell’ordine senza giubbetti antiproiettili, auto scassate, poliziotti costretti a pagarsi la benzina da soli. Uno scenario pietoso. E – se non ricordo male – neanche troppo tempo fa un elicottero ha potuto volare libero nei cieli di Roma, per lanciare petali sulla Capitale obbedendo al ghiribizzo di un clan malavitoso. Se intendiamo difenderci così, durante il Giubileo dovremo davvero affidarci alla Misericordia. Quella divina, però.