Omicidio colposo: la sentenza arriva in questo novembre 2015 e parla chiaro. Franco Nisticò, un attivista appassionato e coraggioso, è stato abbandonato e lasciato morire, senza il doveroso soccorso, su un palco di una manifestazione pubblica. I fatti sono ormai completamente accertati, ma la notizia di questa decisione non riesce a rasserenarmi.

La memoria torna per forza al 19 dicembre 2009, a quel palco sulla riva calabrese dello Stretto. È la manifestazione nazionale contro il Ponte, e – insieme al mio gruppo – sono stato scelto per esibirmi alla chiusura del corteo: si preannuncia una bellissima festa proprio nel punto in cui il continente e la Sicilia sembrano toccarsi. La giornata non parte bene: nei giorni precedenti le autorità hanno diffuso un clima di terrore totalmente ingiustificato. Dicono che i fantomatici black bloc caleranno in massa su Villa San Giovanni. Ai negozianti viene detto di tenere le serrande abbassate, perfino i panettieri hanno disposizione di produrre il doppio del pane il giorno precedente, in modo da poter contenere l’emergenza. Molte strade vengono bloccate. Alla stazione c’è uno schieramento di forze che non ho visto nemmeno quando a Reggio hanno processato Riina. Ma l’atmosfera si scioglie quando il corteo parte: ci sono canti, colori, bandiere. Affrettiamo il passo ed arriviamo per primi nella piazza dove ci esibiremo, ovviamente c’è da fare il sound check.

Ci tengo moltissimo a questa giornata, è uno dei momenti di lotta più importanti per la mia gente. E, quando mi guardo in giro dall’alto del palco, sento di nuovo la tensione serrarmi la gola. La piazza è totalmente militarizzata. Blindati, decine e decine agenti in assetto antisommossa, ci sono perfino i motoscafi delle forze dell’ordine che fanno su e giù nello specchio di mare dove solitamente si aggirano, lente, solo le barche dei pescatori. Per fortuna il corteo sta arrivando: i mille colori degli striscioni cominciano a rendere più allegra ed umana l’uniformità minacciosa delle divise e delle camionette.

Prima del concerto, come capita in questi casi, sono previsti gli interventi delle varie realtà che hanno aderito al corteo. Noi ascoltiamo con un orecchio solo, mentre ci assicuriamo che le ultime cose siano a posto e che il nostro show possa essere perfetto nonostante il frastuono incessante degli elicotteri. Ma è impossibile distrarsi quando sale sul palco Franco. Dice parole semplici e belle: giovani e vecchi devono lottare insieme per ridare speranza alla nostra terra.

Si accalora mentre parla, si sente male, si accascia. I presenti invocano un’ambulanza ma – incredibilmente – in tutto quello schieramento di forze non c’è alcun mezzo di soccorso. L’ambulanza, allertata e chiamata d’urgenza, non arriva. Ed è così che, in quel dicembre assurdo e maledetto, il cuore di Franco Nisticò si ferma per sempre.

Il silenzio riempie la piazza. Poi si alzano le urla, “Assassini!”. Una frangia del corteo si stacca, avanza verso i blindati. La carica della Celere è secca, immediata. Torna il silenzio sulla piazza. Il concerto, stasera, non lo faremo. Qualche mese dopo, scriviamo una canzone che si intitola, semplicemente, “No Al Ponte”, e che verrà adottata come inno del movimento. Nei miei versi immagino che Ulisse torni con i suoi guerrieri a difendere Scilla e Cariddi, e che Franco torni a dirci parole di unità e di speranza.

6 anni sono passati ma la famiglia Nisticò, ovviamente, non si è rassegnata a questa morte inaccettabile. Non crede (come me, del resto…) che un tribunale potrà mai fare giustizia, ma vuole che i fatti siano accertati, e oggi il giudice mette la penna sul foglio e scrive quelle due parole: “omicidio colposo”. La dottoressa, che al momento del malore di Franco si trovava (a bordo dell’unica ambulanza dotata di defibrillatore…) a circa tre chilometri di distanza, è stata condannata a causa della sua negligenza. Negligenza consistente, in particolare, “nel rifiutarsi, benché tempestivamente e ripetutamente richiesta – dal vigile urbano del Comune di Villa San Giovanni (…), ed altresì, del comandante del Corpo di Polizia municipale, (…) – di intervenire urgentemente con la citata ambulanza, in località Cannitello, presso piazza Chiesa, dove vi era una persona colta da malore (Francesco Nisticò, in arresto cardiaco) affermando loro che ‘non intendeva prendere disposizioni dal Comandante della Polizia locale’ e che ‘comunque, non sarebbe intervenuta, perché bisognava chiamare il 118 di Scilla'”, nonché “nel rifiutarsi, con la citata condotta, di eseguire comunque un intervento di pronto soccorso, omettendo di effettuare, pertanto, con urgenza, l’unica manovra rianimatoria efficace per consentire la ripresa dell’attività cardiaca del Nisticò, costituita dalla defibrillazione, ed allontanandosi, successivamente, da Villa San Giovanni, per fare rientro a Reggio Calabria, abbandonandovi il Nisticò”.

Ora, cosa sia passato veramente per la testa di quella dottoressa non lo sapremo mai, e probabilmente non interessa molto nemmeno ai figli di Franco ed ai tanti compagni di lotta, che hanno raccolto il suo testimone con lo stesso coraggio ed ostinazione. Non sappiamo se anche lei sia stata effettivamente vittima del terrore collettivo imposto, del clima di tensione provocato da quella militarizzazione esagerata e intimidatoria. Ma l’autopsia ha detto che, con un soccorso tempestivo, Franco sarebbe ancora con la sua famiglia.

Ora non voglio parlare di omicidio politico, non voglio dire che chi ha terrorizzato la mia gente generosa ha le mani sporche di sangue. Non voglio dire che Franco Nisticò è la prima vittima del Ponte sullo Stretto. Voglio anch’io, come sta facendo chi ne tiene viva la memoria, imparare ad essere ostinato, ad essere coraggioso e ad avere una memoria lunga.

I molti problemi del nostro territorio, come il dissesto idrogeologico, i giovani, il lavoro, non hanno bisogno di divisione, ma hanno bisogno di unità. Dobbiamo lottare con forza e tutti insieme per sconfiggere chi marcia contro. E allora la speranza siamo tutti noi, vecchi e giovani. Per dare insieme una speranza a questa Calabria abbandonata da tutti”.

(Ultime parole di Franco Nisticò, 19 dicembre 2009)