De Luca 675

Per quanto piccole e insignificanti possano sembrare le vicende interne rispetto ai fatti di Parigi, e in particolare quelle di cui si parla in questi giorni in Italia, la politica interna va avanti e il premier deve fare i conti con diverse beghe interne, in primis quella campana che vede Vincenzo De Luca coinvolto nell’ennesima inchiesta. Il reato contestato ai personaggi coinvolti (personaggetti,verrebbe da dire) è quello di “induzione indebita a dare o promettere utilità”, meglio conosciuto come “concussione per induzione”; fattispecie, ironia della sorte, introdotta proprio dalla stessa legge Severino che doveva essere applicata contro De Luca.

Soffermandosi sui fatti e senza lasciarsi distrarre dalle precedenti vicende giudiziarie del governatore, quest’ultimo non sembrerebbe coinvolto in prima persona, ma risulterebbe, anzi, parte lesa, almeno nel caso in cui le ricostruzioni si rivelassero corrette. Il giudice Anna Scognamiglio, chiamato a pronunciarsi sulla applicabilità della legge Severino, e suo marito, Guglielmo Manna, si sarebbero rivolti non direttamente al governatore campano, ma al capo del suo staff, il quale, per scongiurare l’ipotesi di sospensione di De Luca, avrebbe promesso una nomina alla direzione generale di una della Asl campane per Manna. E promettere una carica non significa assegnarla nell’immediato, soprattutto se condizionata all’esito positivo di una sentenza. In questo senso, Vincenzo De Luca avrebbe anche potuto avere un ruolo solamente successivo, al momento della effettiva scelta degli incarichi alle Asl regionali.

È verosimile, infatti, che tutto ciò possa essere accaduto senza espresso mandato di Vincenzo De Luca: è possibile infatti che Mastursi, il capo staff di De Luca, abbia pensato di poter risolvere da solo la faccenda, facendo valere la propria posizione e accordandosi di propria iniziativa con il giudice Scognamiglio. E qui sta la chiave del possibile mancato coinvolgimento diretto di Vincenzo De Luca. Volendo dare credito a quanto sostenuto da De Luca, si potrebbe ipotizzare che, una volta indagato, De Luca abbia scoperto i movimenti del suo staff, abbia deciso di sottoporsi ad interrogatorio (così è scritto nella lettera da lui stesso pubblicata sul sito della Regione in cui chiede udienza al procuratore Pignatone) e da ultimo cacciato il proprio collaboratore infedele, facendo scrivere nella lettera di dimissioni, che queste fossero dovute “all’eccessivo carico di lavoro”.

E infatti, la successione degli eventi non contraddice questa ipotesi: il 19 ottobre le prime perquisizioni, il 29 la lettera di De Luca a Pignatone e l’8 novembre le dimissioni del capostaff.
Al contrario, non ritenendo verosimile che De Luca, politico più che navigato, non fosse a conoscenza dei fatti, la stessa sequenza degli eventi non esclude che il governatore campano possa aver autorizzato il proprio staff ad accettare il ricatto del giudice dando la propria disponibilità per la promessa della carica alla Asl e abbia poi sacrificato il suo capostaff costringendolo alle dimissioni per sperare di uscirne pulito. Le indagini ci diranno quale delle due ipotesi si sia effettivamente verificata.

Quanto al ritardo nella divulgazione della notizia delle indagini, almeno dal punto di vista giuridico, nulla vi sarebbe da eccepire: non v’è infatti alcun obbligo per un indagato di divulgare al pubblico la propria posizione, men che meno quella di altri. Il punto, come al solito, è politico: da una parte c’è il comportamento di De Luca, dall’altra quello di Renzi. De Luca, come Marino prima di lui, non ha fatto altro che mantenere nascosta all’opinione pubblica, nelle fasi iniziali della vicenda, la notizia di essere indagato: a Roma, però, questo comportamento è stato cavalcato dal partito del sindaco, che è stato costretto alle dimissioni.

E proprio dalla vicenda Marino si può trarre spunto per valutare l’altro aspetto della vicenda De Luca: il comportamento di Matteo Renzi. Si potrà facilmente ricordare che Renzi, a giugno di quest’anno, disse: “Marino governi, se capace”. Stesse parole sono state utilizzate per De Luca. Marino era alla sua prima vicenda giudiziaria e alla sua prima vera prova di resistenza alle bufere giudiziarie; nulla lasciava trasparire suoi comportamenti illeciti: era comprensibile che Renzi mostrasse, anche solo di facciata, il sostegno al proprio sindaco. Diverso è il caso di De Luca, che è ben più navigato nei guai giudiziari e nella loro gestione. Qui Renzi, che già conosce i trascorsi con la giustizia del governatore De Luca, continua a sostenerlo dimostrando il suo unico interesse: quello dei voti campani per il Pd, che De Luca, al contrario di Marino a Roma, è in grado di garantire.
Marino, per molto meno, anzi, per molti voti in meno, è stato dimissionato.