Bugo è tornato. Sembra ieri, ma da Nuovi rimedi per la miopia sono passati già quattro anni, e da quando veniva indicato, a ragione, come una sorta di versione italiana di Beck addirittura una quindicina, anno più anno meno. Lui, Bugo, è sempre lo stesso, anche se a sentirlo distrattamente potrebbe sembrare addirittura un’altra persona. Non parlo di una sostituzione di persona alla Paul McCartney (conoscete tutti la leggenda metropolitana che lo riguarda), o di un bacello tipo Invasione degli ultracorpi, ma una cosa del genere. Perché con questo Arrivano i nostri Bugo si presenta, come gli era capitato parecchio ultimamente, come una sorta di artista anni Ottanta piombato sul nostro pianeta oggi per una pura casualità, mentre inizialmente era una sorta di Neil Young molto scazzato e storto. Per essere uno che viene indicato come un cantautore disilluso, direi che ce n’è davvero abbastanza per rimanere confusi.

Passiamo quindi alla musica. Le canzoni di questa nuova prova, la prima targata Carosello, sono solo sei, e questo dispiace, perché di Bugo se ne sentirebbe sempre parecchio, e sono tutte preziose, specie in un periodo come questo, dove c’è assoluto bisogno di ironia, forse anche di cinico sarcasmo. Se il trend è quello degli anni Ottanta, come detto, il mood che pervade i brani è quasi sempre quello del disincantato scherzo. Il brano con cui Cristian Bugatti, questo il suo nome all’anagrafe, si è ripresentato a noi, dopo una pausa lunga, che lo ha visto trasferirsi a Nuova Dehli, in India, per questioni familiari ma anche per una sorta di ricerca spirituale di cui, fortunatamente, non troviamo traccia evidente nei brani, è Cosa ne pensi Sergio, qui in versione live. Brano posto in chiusura di EP, ma che potrebbe essere il manifesto di Arrivano i nostri, pop-rock (più rock che pop, ok) che parla di chi va e poi torna e quando torna è un po’ come se non se ne fosse mani andato, come nel caso di Arrivano i nostri di Bugo, appunto.

Ep, questo, che parte col piede schiacciato sul Pop plastificato che tanto abbiamo amato. Love Boat, del resto, aveva già detto tanto in proposito. Così come è molto elettronico, seppur con venature decisamente princiane, Tempi acidi, forse il testo più bello della covata, roba da far diventare cattivo anche Gramellini. Arrivano i nostri, brano eponimo messo al terzo posto in tracklist, sempre pop e sempre rock, scegliete voi le dosi, tutto costruito intorno a un riff e al cantato, un riff che si sviluppa come un gomitolo, crescendo giro dopo giro, giro dopo giro, fino a esplodere. Quarta e quinta traccia sono dedicate ai sentimenti, o a quel che intorno ai sentimenti ruota. Bugo è un uomo appagato, si direbbe, che sa essere sia dolce che caldo, rispettivamente in Nei tuoi sogni e Se la donna. Parole e musica, come sempre dovrebbe essere nelle canzoni, vanno di pari passo.

Quindi sei brani, tanti ce ne regala Bugo, per un ritorno che è un po’ un ritrovarsi con qualcuno che, a ben vedere, non se n’è mai andato. Il Bugo acustico, westernato, quello di Io mi rompo i coglioni, per dire, o Pasta al burro, è ormai scomparso, almeno sul fronte musicale, ma il suo modo di scrivere storto e i suoi testi surreali e acidissimi sono sempre quelli di un tempo. Chiaro, chi se lo ricorda vestito da contadino in una vecchissima puntata di Sonic, presentata da Enrico Silvestrin, si stupirà nel vederlo fighissimo, oggi, mentre con una voce battistiana e al tempo stesso vaschiana canta Vado ma non so, ma questa si chiama evoluzione, l’ha fatta la specie umana, figuriamoci se non può farla un artista che, si badi bene, artista vero è. Ora non rimane che andarlo a vedere dal vivo (sarà il 19 alla Salumeria della Musica, a Milano, e il 20 al Quirinetta, a Roma) e soprattutto attendere una prova più lunga, perché Bugo non è un partecipante a un talent, e solo sei brani gridano vendetta. Bentornato Bugo, in fondo, come ti direbbe il tuo cane Sergio, non ti sei mai allontanato troppo.