Hollande allo stadio nel momento in cui apprende la notizia degli attacchi a Parigi

Giuliano Ferrara ha molti difetti ma senza dubbio sa scrivere e sa leggere l’ora. E se nel puntuale resoconto scritto per il Foglio ci racconta che alle 19 e 50 del venerdi della carneficina di Parigi, sulla linea 47, allo Chatelet “un altoparlante annuncia che per ragioni di polizia, il bus devia e praticamente ritorna indietro”, e lui scende e si avvia a piedi, ci sta dicendo qualcosa che non conoscevamo.

Che se il botto grosso, secondo le cronache, comincia a partire dalle 21 e “la mobilitazione sinistra della polizia, la deviazione dei bus, il blocco di Boulevard Sébastopol, cominciano un’ora prima, forse sapevano qualcosa, i servizi avevano intuito il fattaccio imminente, ma non sono riusciti nella impossibile dissuasione dei jihadisti kamikaze”. Perché diavolo impossibile? Perché nelle ore successive, otto o nove uomini in nero riusciranno a impadronirsi di mezza città, sparando a piacimento e senza apparente resistenza, se chi doveva e poteva sgominarli era già in allarme?

E perché davanti al teatro Bataclan, da tempo nel mirino degli islamici per la sua spiccata connotazione ebraica (a cominciare dai proprietari), c’erano solo un paio di agenti, immediatamente abbattuti come sagome di cartone in un tiro a segno? Potremmo continuare a lungo perché non c’è luogo della mattanza dove i killer del Califfato abbiano subìto perdite in scontri a fuoco che da quanto si è potuto capire da alcuni video la Police ha affrontato con tattiche più che altro difensive. Se si eccettua l’irruzione dei corpi speciali al Bataclan quando ormai però la macelleria era quasi terminata.

E ancora: se il governo francese ha ammesso di sapere “che si stavano preparando attentati non solo in Francia ma in tutta Europa”, sarebbe interessante capire se la presenza rilassata e soddisfatta del presidente Francoise Hollande allo Stade de France (prima che un addetto gli soffiasse all’orecchio una parolina) rispondeva forse a una sottile tattica per disorientare i kamikaze? Oppure ci troviamo di fronte alla più colossale catastrofe della sicurezza nella storia “de la republique”, che fa impallidire persino l’annunciatissima strage di Charlie Hebdo, il giornale più minacciato dell’universo, piantonato in solitudine da quel povero gendarme liquidato con una pallottola in fronte, come una pratica superflua.

Per favore, che non ci vengano a raccontare la cazzata suprema della “normalità” come segno della superiorità della “nostra” civiltà rispetto alla “loro barbarie”, perché alla messa cantata del “non dobbiamo farci condizionare dal nemico che vuole cambiare il nostro stile di vita”, possono partecipare tutti, e ci mancherebbe altro, tranne coloro che sono pagati (e spesso strapagati) per garantire la sicurezza pubblica, che non possono farsi vivi solo a babbo morto. Apprendere che nella scorsa notte sono stati fatti oltre 150 blitz in diverse città francesi, con 23 arresti e ritrovamento di depositi d’armi, ci riempie di giubilo anche se un interrogativo sorge spontaneo: perché non ci hanno pensato prima? E, per carità di patria (siamo tutti francesi) non infieriremo sulla notizia apparsa su tutti i siti e che così recita: “Dopo un assedio durato parecchie ore la polizia NON ha catturato Salah Abdeslam, membro del commando del Bataclan”. Complimenti.

Ora, è sperabile, che la sicurezza italiana funzioni meglio, e conoscendo la sagacia e la competenza dei nostri 007 non abbiamo dubbi in proposito. Abbiamo provato sommessamente a dire che forse, in questo clima, con un rinvio di qualche mese del Giubileo, il nostro antiterrorismo potrebbe strutturarsi meglio sul territorio. Ci viene ripetuto il mantra sul nostro stile di vita, e bla bla bla.

Poi leggiamo sul Giornale l’allarme dei poliziotti: “Auto guaste, armi vecchie e niente fondi. Non siamo Rambo, ci mancano i mezzi. Ci hanno tolto pure i giubbotti antiproiettile”. Esagerazioni dei sindacati di polizia? Speriamo. Più allarmante quanto dichiara a Repubblica, il procuratore Antiterrorismo Franco Roberti: “Il pericolo è oggettivo e certamente il Giubileo rappresenta un aumento del rischio anche se sarebbe sbagliato rinunciarvi”. E poi: “Dobbiamo essere pronti a cedere una parte delle nostre libertà”. E no, questo si chiama mettere le mani avanti poiché, gentile procuratore, prima di “cedere libertà” vorremmo sapere come e perché le libertà che abbiamo impediscono un’efficace azione di prevenzione e repressione del terrorismo. Invece delle solite litanie del ministro Alfano sullo Stato che la vincerà, gradiremmo che il premier Renzi desse contenuto concreto a frasi come: “Il momento è delicato” (caspiterina), per cui “bisogna agire con determinazione, saggezza, buon senso”. Ottimo. Ci dica con quanti uomini e quali mezzi. E se recarsi a San Pietro per celebrare l’Anno Santo sarà oppure no una scommessa col destino.

il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2015