Quindici giorni a Bucarest. Tanto sarebbe bastato a numerosi docenti per conquistare la specializzazione per diventare insegnante di sostegno. A denunciare il caso è l’onorevole Silvia Chimienti del Movimento 5 Stelle che ha presentato un’interrogazione parlamentare diretta al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.

La Romania sembra essere diventata una “fabbrica” di insegnanti di sostegno. La scorciatoia costa qualche migliaio di euro ma è la strada più breve: bastano due settimane. Si accede ai corsi di lingua rumena senza alcuna prova di ingresso e senza alcun tirocinio si raggiunge il traguardo. Una volta ottenuta la specializzazione, per essere inseriti in graduatoria è sufficiente tornare in Italia e chiedere il riconoscimento del titolo conseguito all’estero attraverso una verifica di omologazione da parte del ministero dell’Istruzione. Un iter previsto dalla norma: in applicazione alla direttiva 2005/36 dell’Unione Europea anche in Italia grazie al decreto legislativo n.206 del 6/11/2006 è possibile presentare una richiesta di riconoscimento del titolo al Miur dove difficilmente viene bocciata la verifica.

“Ho ricevuto questa segnalazione dall’Unicobas Lombardia. Si parla – spiega la Chimienti – di diverse persone che hanno già preso questa strada soprattutto in vista del prossimo concorso che avrà molti posti riservati agli insegnanti di sostegno dal momento che ne mancano 30mila. Chi parte per la Romania paga circa 10mila euro per un pacchetto vitto, alloggio e corso. Si tratta di una via legale ma va arginata: vorremmo che il ministero desse conto di quanto sta accadendo. Chi prende un’abilitazione all’estero e viene ad esercitare in Italia alimenta una competizione sleale. Inoltre va assicurata la qualità della didattica, non possiamo mandare a scuola persone con una formazione inadeguata”. A sollevare la questione per primo era stato il dirigente nazionale dell’Unicobas, Paolo Latella, che in un recente articolo aveva raccontato di “conti salatissimi per il certificato di specializzazione”.

Una scorciatoia legale per superare il difficile percorso adottato in Italia che prevede un corso di formazione universitario con un minimo di sessanta crediti formativi, 300 ore di tirocinio e 12 crediti formativi universitari. Non solo. Questi corsi sono a numero programmato tenendo conto delle esigenze del sistema nazionale e presuppongono il superamento di una prova d’accesso predisposta dalle università. Un percorso cui non è sempre facile accedere ma sicuramente serio e ben diverso dai quindici giorni previsti in Romania: oltre alle lezioni di pedagogia, psicologia e didattica vi sono ore di laboratorio e un tirocinio presso le istituzioni scolastiche con possibilità di programmare interventi correlati a progettualità di ricerca. “Quanto sta avvenendo – spiega Chimienti – è inammissibile. Vogliamo sapere dal ministro Stefania Giannini se è a conoscenza del gravissimo fenomeno di queste facili specializzazioni e quali iniziative intenda adottare per arginarlo in modo da garantire ai ragazzi diversamente abili una didattica di qualità”.