La collaborazione tra le cellule terroristiche europee è stata più forte di quella tra i sistemi d’intelligence dei Paesi membri dell’Unione. “I servizi segreti sono sempre molto restii a condividere le informazioni – spiega a ilfattoquotidiano.it Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi) – e questo porta spesso ad avere in mano dati e particolari che, però, non possono essere sfruttati per prevenire un attacco”. L’intelligence transalpina ha ammesso di aver avuto in mano informazioni che lasciavano pensare a un imminente attentato, ma di non essere stati in grado di sventarlo. Gli uomini dello Stato Islamico lo sapevano ed è per questo che agli attentati di Parigi hanno partecipato, attivamente o meno, uomini provenienti da altri Paesi europei e del mondo.

Individuato un attentatore francese. Ma le indagini guardano anche a Bruxelles
Ismael Omar Mostefai, 29 anni, francese di origini algerine. È questo il primo nome, la prima faccia del commando che ha sconvolto Parigi. Ma tra i complici dell’uomo ci sono anche terroristi provenienti dall’estero. Lo dicono gli arresti effettuati in Belgio a poche ore dagli attentati, tre dei quali a Bruxelles, nel quartiere di Molenbeek dove a gennaio è stato portato a termine un blitz antiterrorismo. Belga era la targa di una delle auto usate dai terroristi per portare a termine gli attentati. E lo dicono anche i servizi segreti iracheni che hanno rivelato di aver avvertito i colleghi francesi di un imminente attacco ordinato dai vertici del Califfato, a Raqqa. L’operazione era stata programmata nei minimi dettagli ed è stata portata a termine grazie alla collaborazione di cellule presenti fuori dalla Francia. E non poteva essere altrimenti, visto che a uccidere oltre 120 persone non sono stati dei “lupi solitari” aizzati dalla propaganda degli uomini del Califfato, come successo in passato. A colpire, questa volta, è stato un commando, un gruppo di terroristi che hanno agito in simultanea, usufruendo del coordinamento con cellule presenti all’estero.

“Abbiamo assistito a un salto di qualità rispetto a Charlie Hebdo – continua Iacovino – Coordinamento e preparazione sono state degne di un’operazione militare in piena regola“. E l’hub al quale si collegano questi terroristi sembra essere, oltre alle “terre del Califfato”, il Belgio. È lì che sono stati arrestati dei sospetti legati a questo ultimo attentato, è lì che sono stati portati a termine diversi blitz antiterrorismo ed è sempre lì che Amedy Coulibaly comprò le armi con le quali, il 9 gennaio, fece irruzione in un supermercato kosher, sempre a Parigi, uccidendo quattro persone. Il Belgio, quindi, come rifugio dal quale poter pianificare attentati in giro per l’Europa. “Ancora le indagini non ce lo hanno rivelato – dice l’analista – ma è possibile che, visto che contatti con il Belgio vengono spesso alla luce, nel Paese si trovi una cellula che si occupa dell’organizzazione degli attacchi e che, vista la loro preparazione, l‘organizzazione vuol tenere al sicuro e lontano dal luogo degli attentati. Inoltre, in questa azione sono state usate armi difficilissime da fabbricare, comprare e anche saper usare. Questo mi fa pensare che ci sia in Europa una cellula composta da esperti di esplosivi al servizio dello Stato Islamico”.

“Serve più collaborazione tra i servizi internazionali”, ma gli 007 non condividono le informazioni
I jihadisti presenti in Europa sapevano di non poter sferrare attacchi di questa portata senza un’organizzazione extranazionale che permettesse loro di eludere i controlli dell’intelligence francese. Per questo, come testimoniano anche le parole di Andrew Parker, direttore dei sevizi segreti britannici (MI5), la collaborazione tra cellule terroristiche sparse per il mondo si è intensificata col passare dei mesi: “Ѐ il più alto numero di attentati sventati nei miei 32 anni di carriera – ha detto Parker – e sicuramente il numero più alto dall’11 settembre 2001”. È proprio questo il passo in avanti compiuto da Isis e che ha permesso agli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi di non rimanere solo un’entità statale in Siria e Iraq, ma di svilupparsi anche come organizzazione internazionale. Questo livello di collaborazione extranazionale non c’è stato, invece, tra i sevizi segreti dei Paesi membri dell’Unione Europea. Non sono riusciti a creare collegamenti tra loro sufficienti a prevenire un attacco come quello di Parigi.

“Il problema dei servizi d’intelligence – continua l’analista del Cesi – è che non c’è condivisione d’informazioni, se non in casi di estrema necessità e sempre a piccole dosi. Nel 2001, Cia ed Fbi avevano le informazioni necessarie a sventare l’attacco, ma non ci riuscirono perché rifiutarono di coordinarsi. Lo stesso succede con i servizi europei e, spesso, anche tra quelli dello stesso Paese. L’intelligence francese aveva informazioni che parlavano di un attacco imminente, lo hanno ammesso, ma non erano in possesso di particolari che permettessero loro di scoprire il piano. Se si fossero coordinati con i servizi belgi, probabilmente sarebbero riusciti a capire che tipo di attacco i terroristi stavano progettando e dove lo avrebbero sferrato”. A confermarlo sono anche le rivelazioni secondo cui i servizi segreti iracheni avrebbero avvertito quelli di Parigi che al-Baghdadi aveva dato l’ordine di agire in Francia e che cellule dormienti avevano pianificato questo attentato con i terroristi presenti a Raqqa, in Siria, negli scorsi mesi.

“Una stretta e continua collaborazione tra i vari servizi d’intelligence – conclude Iacovino – permetterebbe una condivisione di informazioni costante e la possibilità di coordinamento in caso di pericolo. Solo così situazioni come questa, in cui si è in possesso di informazioni senza essere in grado di usarle per sventare un attentato perché prive di particolari fondamentali, possono essere evitate”. Solo così si può far fallire il piano dello Stato Islamico: trasformare l’Europa in un campo di battaglia per il terrorismo internazionale.

Twitter: @GianniRosini