Gli attacchi appena sferrati a Parigi ci riportano all’atmosfera inquietante dell’11 settembre 2001: televisione, giornali, web sintonizzati in una maratona mediatica istante dopo istante.

Molti studi criminologici hanno mostrato che atti deliberati di violenza sono in grado di creare un disagio psichico non solo nelle persone coinvolte direttamente, ma anche negli spettatori mediatici che perdura molto più a lungo di quello causato ad esempio da disastri naturali.

E questo lo si deve soprattutto all’erosione brutale del senso di sicurezza degli individui che finisce per avere una ricaduta sull’equilibrio psicofisico delle persone e di conseguenza sull’intera società. Ed è esattamente questo che i terroristi vogliono, è questo di cui hanno bisogno per avere potere, visto che, di fatto, militarmente non avrebbero nessuna possibilità di esercitare una supremazia.

Il fine ultimo degli atti terroristici infatti non è rappresentato dagli obiettivi che colpiscono: ristoranti, discoteche, aerei, treni, redazioni di giornali, stadi… ma dall’aumentare a dismisura la paura generale fino appunto a renderla terrore.

Ed esiste una profonda differenza tra paura e terrore. La paura è infatti una emozione primaria, che ha la precisa funzione di attivare meccanismi di difesa dal pericolo. Il terrore è invece uno stato psichico di paura eccessiva nel quale questi meccanismi di difesa si paralizzano, le nostre abilità di funzionare vengono meno perché siamo di fronte a qualcosa che ci pare non elaborabile, rispetto al quale viviamo l’impotenza e la sensazione di inermità, l’incapacità di intravedere una possibilità o di soluzione o almeno di fuga.

L’incapacità di proteggere se stessi produce senso di umiliazione, perdita di speranza, sottomissione. Per questo da sempre chi vuole dominare totalmente l’altro, sa che lo deve terrorizzare, bloccare la possibilità di una reazione intellettuale autonoma: così crea al soggetto soccombente la credenza di non avere più armi. Il terrorismo fa esattamente questo e ottiene i suoi risultati proprio grazie anche alla comunicazione mediatica.

Vediamo come. La ricerca ha mostrato che la comunicazione apocalittica, sensazionalista o allarmista a livello mediatico ha un ruolo nell’incremento degli attacchi.

Il Prof. Michael Jetter, (Universidad EAFIT, Colombia, e Istituto per lo Studio del Lavoro, Germania) ha analizzato più di 60000 attacchi terroristici tra il 1970 e il 2012 come riportato dal New York Times e in un articolo su The Guardian, rilevando come i gruppi terroristici abbiano sempre cercato di usare i media per promuovere i loro ordini del giorno: immagini di decapitazioni filmate dall’Isis e diffuse su internet hanno trasformato il gruppo in “un marchio globale temuto” e sollevato interrogativi angosciosi su quanto a queste organizzazioni dovrebbe essere dato “l’ossigeno della pubblicità”.

Jetter ha rilevato che le missioni suicide ricevono molta più copertura mediatica, il che potrebbe spiegare la loro crescente popolarità tra i gruppi terroristici.

Addirittura l’attenzione dei media dedicata a un attacco terroristico può essere predittiva sia del rischio di un altro attacco nel paese colpito entro sette giorni, sia di un intervallo di tempo più ridotto rispetto all’attacco successivo.

Non possiamo negare che i terroristi hanno bisogno di copertura mediatica per diffondere il loro messaggio, creare paura, per reclutare seguaci e che usano i media a loro favore. Per assurdo se la notizia di un attacco terroristico venisse comunicata senza clamore, senza sensazionalismo, senza special e trasmissioni dedicate i terroristi avrebbero perso il loro scopo di agire.

E dunque che fare? Smettere di dare notizie? Utopistico. La questione da porre riguarda come i media internazionali comunicano. Per chi si occupa di psiche è noto che le immagini hanno un impatto sul subconscio e che le parole altrettanto creano un’immagine mentale che si sedimenta dentro la psiche, evocando le angosce interne di ognuno di noi.

I media dunque, che lo si voglia o no, giocano un ruolo fondamentale nel compimento del disegno terroristico.

Potrebbero giocarlo anche al contrario dando informazioni il più possibili chiare, non terrorizzanti, non apocalittiche e favorenti la mentalizzazione.

Mentalizzare in questo caso significa parlare non solo ad esempio dell’Isis, ma anche delle altre fazioni in campo, senza le quali avrebbe già trionfato e che invece combattono vittoriosamente contro i terroristi.

Se si vuole affrontare il discorso psicologico sulla paura, bisogna che i media si prendano delle forti responsabilità: dalla paura si passa al terrore quando manca la conoscenza.

In quanto medico la metafora della malattia mi pare calzante: immaginate se un medico si limitasse a dire al suo paziente che ha un cancro e che si tratta di una malattia mortale, senza informarlo delle cure esistenti, e di tutte le risorse di cui si dispone, senza incoraggiarlo ma spaventandolo.

Forse non si può non parlare della follia e del pericolo degli atti terroristici, ma come lo si fa può fare la differenza anche sul potere che altrimenti si finisce per dare al terrorismo stesso.