fassina 675Sere fa, a Otto e Mezzo, Paolo Mieli, con il sorriso stampato dello Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie infieriva cordialmente sul deputato Alfredo D’Attorre che cercava di spiegare come e perché lui e molti altri preferiscono andarsene dal Pd, piuttosto che restare a fare i soprammobili di Renzi. Del resto, la tesi secondo cui la sinistra interna meglio farebbe a reprimere i propositi di fuga per migliorare con il suo fattivo impegno le leggi renziane era talmente comica che perfino Mieli non ha avuto il cuore di insistere.

Il giorno prima era toccato a un altro ex di spicco, Stefano Fassina, prendersi la sua dose di insulti per avere ipotizzato un appoggio al M5S, e non al Pd, nel caso di un ballottaggio a Roma. “Non è di sinistra organizzare piccoli partiti che non vinceranno mai”, ha sentenziato infine Renzi, e così il tentativo di far passare i protagonisti di una criticabile ma legittima e trasparente protesta politica per una congrega di traditori o, nel migliore dei casi, di sfigati ha ricevuto la sua bolla papale.

Che la sinistra nostrana si sia ridotta nel corso degli anni a una serie di litigiose cosette rosse, in perenne competizione per strapparsi, se va bene, un 5-6% di voti, è sotto gli occhi di tutti. Un agglomerato incapace ormai di riempire una piazza, tanto che l’ultima manifestazione “di sinistra” che ricordiamo sono i funerali di don Andrea Gallo, a Genova, nel maggio di due anni fa. Così come è indubitabile che la sinistra soffra in tutta Europa l’assenza di un’identità vincente, sballottata tra le fughe all’indietro dei laburisti inglesi di Jeremy Corbyn, i compromessi al ribasso di Alexis Tsipras in Grecia e le eruzioni magmatiche dei Podemos spagnoli, che forse neppure di sinistra sono. Eppure, tornando al nostro cortile di casa, neppure Renzi può dormire sonni tranquilli perché sa bene che quei “partitini che non vinceranno mai” sono gli stessi che possono far perdere il Pd. Tanto che a proposito delle tante crepe che si stanno aprendo al Nazareno, si potrebbe parafrasare un celebre libro del dissidente Andrej Amal’rik sulla fine annunciata dell’Urss, e cioè: sopravviverà il Pd fino al 2018?

Al primo posto nella lista dei guai del Pd di Renzi, c’è Renzi medesimo. Quello che da un anno a questa parte è impegnatissimo ad applicare nei fatti l’antica regola del divide et impera, che negli anni 70 un candidato repubblicano alla Casa Bianca così traduceva: “Spacchiamo il paese e prendiamoci il pezzo più grosso”. Solo che allo statista di Rignano qualcosa non sta andando nel verso giusto: stando ai sondaggi, infatti, la forbice dei consensi tra i Democratici e i 5Stelle si va restringendo tanto che dalle simulazioni di un eventuale ballottaggio con l’Italicum, emerge che il movimento di Grillo potrebbe non partire sfavorito. Ma il punto vero è il progressivo sfarinamento del blocco sociale intorno al Pd che risultò vincente alle Europee di un anno e mezzo fa. La lista degli scontenti si allunga ogni giorno di più.

La Cgil di Susanna Camusso, per l’insofferenza quasi fisica che il premier ha nei confronti dei sindacati. Gli insegnanti presi a pesci in faccia da una legge che ha il nome di una presa in giro: “La Buona Scuola”. L’Italia che paga le tasse, che non gira certo con rotoli di migliaia di euro in tasca, discriminata a favore dell’Italia degli evasori. Tutti voti Pd in libera uscita, destinati a disperdersi tra M5S e la Sinistra Italiana di Fassina, D’Attorre e Vendola o a finire nel mare magnum delle astensioni, ma che difficilmente torneranno a casa. Anche perché nella base elettorale che alla vigilia delle Europee inneggiava al Renzi della rottamazione e degli 80 euro, non sono pochi coloro che oggi assistono sgomenti alla rapida mutazione antropologica di un partito che ha sotterrato la questione morale berlingueriana, sempre più infognato in pratiche affaristiche e comunque disdicevoli.

Essere passati in pochi giorni dalla cacciata con atto notarile del sindaco di Roma Ignazio Marino (coinvolto a sua volta nel pasticcio degli scontrini) alle accuse di concussione per il governatore della Campania De Luca per una brutta storia di ricatti, mostra la faccia della politica peggiore, quella che non molto tempo fa il Pd diceva di combattere a fianco dei cittadini onesti. Del resto, la creazione del Partito renziano della Nazione, più volte annunciata, non potrà che avvenire sulle ceneri di un Pd sempre di più scatola vuota. Nel disegno del premier i voti della sinistra saranno sostituiti, in tutto o in parte, da quelli del centrodestra in fuga dagli eccessi xenofobi e securitari (quelli che prima sparano e poi chiedono chi è) del führer lumbard Matteo Salvini. E anche nel caso probabile che i risultati della prossima primavera a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli non siano favorevoli al Pd, Renzi ha già pronta la pista d’atterraggio: il referendum confermativo sulle riforme costituzionali dove conta di vincere e, una volta rafforzato, andare subito a nuove elezioni e prendersi ciò che resta di una democrazia.

il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2015