Una cura Ludovico autoinflitta. L’attore Shia LaBeouf ha concluso la maratona di 72 ore di propri film, rivisti uno per uno, alla rovescia, da “Man Down” (2015) di Dito Montiel dove interpreta un marines andato giù di testa durante la guerra in Afghanistan, fino all’esordio “Colazione con Einstein” (1998) di Crag Shapiro dove ancora dodicenne è alle prese con un cane parecchio saccente. La sala è quella dell’Angelika Film Center di Manhattan. Le comparse sono gli spettatori paganti alla cassa che diventano consapevoli partecipanti all’esperimento mediatico che si arricchisce del vero colpo di genio: la diretta streaming dell’evento.

Attenzione però: non della visione dei film interpretati da LaBeouf, ma della visione con videocamera fissa puntata contro la platea, dell’attore stesso che guarda i suoi film. Shia che ride, Shia che aggrotta le sopracciglia, Shia che mastica popcorn, Shia che si appisola con la testa in avanti, Shia che stramazza con la testa di lato, e davanti a sé sempre il grande schermo che proietta, sul viso del 29enne attore tra gli altri per Lars Von Trier e Steven Spielberg, ombre e luci di una carriera fulminea di ben 27 film con all’interno la saga blockbuster dei Transformers. Chiaro che parallelamente alla diretta streaming è stato lanciato un hashtag #allmymovies che per 72 ore è rimbalzato in ogni angolo del web. L’iniziativa di LaBeouf, creata in collaborazione con gli artisti Luke Turner e Nastja Säde Rönkkö, torna a mettere in primo piano la celebrità con intento dissacratorio. Una sorta di reale panopticon spettatoriale dove l’attore rimane perennemente al centro della funzione classica del web di fronte alla celebrità, quella dello spiare, di intravedere intimità e imprevedibili cedimenti ben oltre gli scatti estemporanei di un qualunque paparazzo.

E non è la prima volta che LaBeouf s’incunea nei perigliosi meandri dell’autodistruzione dell’aura della star. Nel dicembre del 2013 è stato incolpato di plagio per aver copiato una graphic novel di Dan Clowes per la sceneggiatura del suo cortometraggio “HowardCantour.com“. Il furto è però passato velocemente in secondo piano per la campagna martellante e infinita di scuse che LaBeouf ha snocciolato maniacalmente su Twitter copiando anche dichiarazioni di altrui colleghi. Pochi giorni dopo il plagio ha annunciato il suo ritiro dalla vita pubblica, per poi apparire subito dopo sul tappeto rosso al Festival di Berlino 2014 per presentare “Nymphomaniac” di Von Trier indossando un sacchetto marroncino del pane sulla testa. Due buchi per gli occhi, nessuna fessura per la bocca e la scritta: “Io non sono più un personaggio famoso”. Pochi minuti dopo se n’è andato anche dalla conferenza stampa approcciata con un cappellino e un giubbetto da uomo qualunque. Sempre nel febbraio 2014 la performance del sacchetto sulla testa è continuata nella galleria d’arte Cohen di Los Angeles.

L’attore è rimasto per cinque giorni a sedere immobile, con il sacchetto pittato in testa, e davanti a lui si sono succeduti tutti coloro i quali volevano incontrarlo, fargli e dirgli ciò che volevano mentre lui se ne stava impalato e impassibile davanti a loro come un fantoccio. L’iniziativa chiamata con un hashtag #Iamsorry si è però dovuta bloccare quando, a detta dell’attore, una donna l’ha frustato sulle gambe per dieci minuti e poi lo ha spogliato tentando di violentarlo. “In meno di un secondo da celebrità sono diventato un essere umano”, spiegò in un’intervista ad una rivista statunitense. “Attraverso questi progetti sto cercando di esplorare e cercare me stesso”.