Martedì sera il dato di ascolto di Ballarò ha fatto un balzo di un punto e mezzo, arrivando in pieno prime time al 6,4%, mentre di Dimartedì si è limitato a confermare il 5,5% che nella settimana precedente gli aveva consentito di prevalere. Sicché la somma dei due programmi arriva a superare il 12%, e cioè quel risultato che il Ballarò in solitaria di un tempo era solito ottenere senza sforzo e che invece la attuale coppia contrapposta rarissimamente ha raggiunto.

Cosa è successo? Ballarò ha sfoderato una qualche arma (pare che Giannini avesse come ospite Fassina) che gli ha consentito l’inusuale scatto? Oppure, chissà come, chissà perché, siamo ai primi accenni di un ritorno del più grande pubblico all’appuntamento con i talk show politici?

Nulla di tutto questo. Se si guarda alla struttura complessiva dell’offerta generalista, l’elemento dominante è stato costituito dalla diversa attrattiva della fiction di Rai 1. Sotto Copertura, quella del martedì precedente, conquistava oltre il 23% degli spettatori; Questo è il mio paese, che ne ha preso il posto, si è fermata al 18,6%, mettendo così in libertà circa un milione e mezzo di spettatori. Spettatori per lo più giovani e adulti, mentre le classi di età più anziane sono rimaste prevalentemente fedeli alla narrazione targata Rai 1. Di tutti costoro una piccola parte si è dispersa sui canali Mediaset e nessuno si è spostato su Floris.

È accaduto così che il pubblico mollato da Rai 1 sia corso a premiare il reality dei pasticceri su Rai 2 (che in una settimana è saltato da 1,2 mln a 1,6 mln di spettatori), mentre Ballarò è riuscito a passare da 1,1 a 1,4 mln di spettatori grazie essenzialmente alle signore e, specialmente, ai signori più anziani.

In più, va segnalato il risultato di Rai 4, che rispetto al martedì precedente passa dal 2% al 3,2% di share e che, se continua così (sarà anche merito del tempestivo rimpiazzare Rete 4 sul telecomando Sky) non potrà più essere considerato un canalino di target, ma un canale che bellamente presidia il largo pubblico, offrendogli una vena narrativa tra l’esotico, il surreale e il fantasy che offre un rifugio a chi non si ferma sulle restanti offerte generaliste.

Il dato che conta è che il grosso del pubblico lasciato da Rai 1 è comunque restato sui canali Rai come a dire che questa scelta (“Rai o non Rai”) è quella che ne spartisce le propensioni di fondo. E così la morale della serata ci sembra che, quali che siano gli orizzonti strategici a cui i freschi vertici Rai stanno riservatamente pensando, vi è un pubblico vasto, non meno di quello degli altri Servizi Pubblici europei, disposto a fornire alla Rai una notevole apertura di credito. O, se si preferisce, se ne potrebbe dedurre che l’insieme delle offerte private non è, dopo tanti decenni, riuscito a conquistare il centro dell’attenzione e a far risultare “residuale” il ruolo della offerta Rai, per quanto malconcia questa possa sembrare ed essere. C’è, dunque, e proprio nel rapporto strategico col pubblico, lo spazio per osare riforme “forti”. Di certo è assente l’alibi al non farlo.