Davanti ai lampeggianti azzurri delle volanti, la gente del suo quartiere si è allertata ed è scesa in strada, per salutare quello che da quattro anni era tornato ad essere il padrino della Guadagna. “È un galantuomo” gridava la folla, una vera e propria “processione” di postulanti che ha quasi ostacolato gli agenti della Mobile, arrivati per arrestare Salvatore Profeta, tornato a dirigere Cosa nostra dopo la scarcerazione del 2011. Profeta, infatti, è uno dei sette innocenti scagionati dall’accusa di aver partecipato alla strage di via d’Amelio, dopo anni di carcere duro. Il boss è cognato di Vincenzo Scarantino, il balordo della Guadagna poi diventato il falso pentito della strage Borsellino, il “pupo” che si autoaccusò falsamente di aver assassinato il magistrato palermitano.

Tra i sette innocenti accusati da Scarantino, c’era anche suo cognato, quel Profeta che – avendo giù subito una condanna per fatti di mafia prima del 1992 – era stato il primo contatto che aveva accreditato la collaborazione del balordo della Guadagna. E proprio qui, in vicolo Bonafede alla Guadagna, era tornato Profeta nel 2011, quando era stato scarcerato dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che aveva ricostruito da zero la fase operativa della strage di via d’Amelio. La gente del suo quartiere lo aveva accolto come un re, gli anziani della zona lo baciavano in segno di rispetto e durante la processione della Madonna Dormiente, il corteo religioso ha addirittura modificato il suo percorso, per passare sotto l’abitazione di Profeta: un gesto di rispetto che si riconosceva vent’anni fa solo ai pezzi da Novanta di Cosa nostra. È questo che era diventato, anche dopo quasi vent’anni di carcere, Profeta: un padrino vecchio stampo, che risolveva dissidi, godendo di un ampio consenso popolare, come accadeva alla mafia arcaica.

Ed è per questo motivo che gli abitanti del suo quartiere sono arrivati persino davanti alla sede della squadra mobile di Palermo per vederlo un’ultima volta. “Ci sono stati momenti concitati durante l’arresto di Profeta – spiega il capo della mobile Rodolfo Ruperti – c’era gente che voleva abbracciarlo prima di essere portato via, ma noi lo abbiamo impedito. E c’era qualcuno che ha inveito contro di noi perché stavamo portando via in manette il loro capo indiscusso. Dopo la scarcerazione nel 2011 Profeta si stava riorganizzando per avere il potere su tutto il mandamento di Santa Maria di Gesù”.

Un’enclave importante nella storia di Cosa nostra, dove un tempo regnava Stefano Bontate, il principe di Villagrazia. Poi negli anni ’80 i corleonesi di Totò Riina sterminarono le famiglie palermitane: è Santa Maria di Gesù divenne una borgata come tante altre. Adesso invece, secondo gli investigatori, ha acquisito nuovamente importanza nella mappa criminale palermitana. “Profeta fin dalla sua scarcerazione – spiega sempre Ruperti – ha ripreso in mano le redini della famiglia che ricorda, dal punto di vista organizzativo, i clan della ‘ndrangheta visto il coinvolgimento dei familiari più stretti ai vertici della cosca”.

Oltre al padrino sessantenne, sono finiti in manette il nipote Rosario e il figlio Antonino Profeta, insieme a Francesco Pedalino, Giuseppe Galati e Antonino Palumbo, che invece gestivano la zona di via Oreto, la lunga arteria che collega la periferia della città con la zona della Stazione centrale. L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Sergio Demontis, Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli, ha portato al sequestro di tre società, che secondo gli inquirenti erano intestate a prestanome, ma in realtà erano nelle disponibilità di Profeta.

Sotto sequestro sono finiti anche rapporti bancari per centinaia di migliaia di euro. “In quest’indagine ho rivisto scene di 20 anni fa, quando mi occupavo di mafia. Come il bacio in bocca tra i boss”, è il commento del questore di Palermo Guido Longo, già vice del capo della mobile Arnaldo La Barbera. “E’ una mafia vecchio stile – ha aggiunto il questore – ma che esprime giovani determinati e cruenti che vogliono scalare le gerarchie mafiose con qualunque mezzo. E sono pronti a tutto”. E infatti, se da una parte alla Guadagna era tornata la mafia arcaica degli anni ’80, dall’altra lo stesso quartiere era diventato scenografia di violentissime esecuzioni. Poche settimane fa Mirco Scicchitano, venticinquenne con piccoli precedenti penali, era stato massacrato da un commando di sicari: un’esecuzione cruenta, che serviva probabilmente a dare l’esempio nel quartiere.