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A differenza dei cani che teniamo in casa per farci compagnia, i Beagle che il 28 aprile 2012 furono “rubati” dall’allevamento di Green Hill, non avevano un nome: erano numeri, cose da spedire al più presto via corriere ai laboratori di sperimentazione di mezza Europa.

Per aver dato loro una casa, un nome e un futuro (eccone la storia in un bellissimo video clip: e in un’inchiesta giornalistica sottraendoli a morte prematura, ovvero, per dirla con la legge italiana, per averne fatto oggetto di “furto aggravato”, 12 persone sono state condannate, tre giorni fa dal Tribunale di Brescia a pene che vanno dagli otto ai dieci mesi e ad ammende economiche pari a qualche centinaio di euro.

Commentata con comprensibile disappunto dai condannati, ma da accogliere con il rispetto che sempre si deve in questi casi, la sentenza bresciana un merito ce l’ha: getta un gran fascio di luce sulla formidabile arretratezza storica e civile di un ordinamento giuridico (italiano ma non solo!) che nei fatti non è tenuto a distinguere tra oggetti ed esseri viventi programmati a morire, che è autorizzato a valutare l’”utilizzo” di creature senzienti, capaci di provare fame, sete, affetto, paura, riconoscenza, alla stessa stregua di cose inanimate. E a chiamare ladro, di conseguenza, chi si batte per cambiarne il destino.

Invariabilmente triste, quasi sempre orrendo, il destino degli animali da laboratorio non arriva ai giornali, non fa mai notizia. Nessuna meraviglia quindi che le statistiche 2013 sulla sperimentazione animale nel Regno Unito rese note dal Home Office poco meno di un mese fa siano rimaste materia per pochi specialisti: eppure si tratta di quasi 4 milioni di procedure, molte delle quali non è esagerato  definire raccapriccianti. Stando ai dati ufficiali, gli animali hanno infatti sofferto in modo gravissimo in almeno 184.240 esperimenti che hanno comportato, tra le altre cose, l’induzione di infarti e il collasso programmato dei polmoni, emorragie interne, infezioni non curate. Altri esperimenti, ufficialmente definiti “di lieve entità” prevedevano invece la “decapitazione di migliaia di topi neonati con un bisturi affilato”.

Si apprende da questo documento che nel 2013  nei laboratori del Regno Unito sono stati utilizzati 2.742 cani, beagle inclusi sottoposti, tra le altre cose, ad alimentazione forzata di composti chimici per l’agricoltura o alla somministrazione endovenosa di agenti chimici talmente tossici da procurare loro agonie orrende .

Secondo gli sperimentatori tutto ciò è necessario per il bene e la salute dell’umanità, ma il numero di medici, ricercatori e scienziati che si pronunciano autorevolmente “contro” è in continuo aumento, sia in Italia  sia all’estero.  Dicono anche che nei laboratori del XXI secolo gli animali non soffrono più come accadeva cent’anni fa. Spiace contraddirli: è la stessa legge, la Direttiva 2010/63/UE cui essi fanno riferimento dal 2010, a consentire esperimenti degni di un suppliziario medievale benché approvati dalle massime autorità di Bruxelles, e modernamente consultabili online (si vedano a titolo d’esempio l’allegato IV della Direttiva – sui metodi di soppressione degli animali, e l’allegato VIII – sulla gravità delle procedure).

“Quei” cani di Green Hill, a Montichiari, Brescia, se la sono cavata splendidamente. Molti, la maggioranza, milioni di cani e di altri animali, no. Ma la loro sorte non deve toccare dentro di noi soltanto corde emotive. Lo ha scritto il neurologo Massimo Filippi – che si batte contro lo specismo e combatte la vivisezione da un punto di vista puramente etico – postfacendo il bellissimo, straziante libro di Jim Mason “Un mondo sbagliato, storia della distruzione della natura, degli animali e dell’umanità” (Edizioni Sonda). Oggi, in un mondo umano palesemente votato all’autodistruzione, gli animali, tutti gli animali, ma specialmente gli animali abusati e sofferenti, “possono aiutarci a oltrepassare la notte della sopravvivenza senza aumentare l’oscurità delle tenebre che ci abitano”. Perché se è vero quanto sostiene Walter Benjiamin, e cioè che è solo a favore dei disperati che ci è data la speranza, allora per noi, senz’altro  “gli animali sono il principio speranza. Per iniziare a pensare. E quindi a vivere”.