La solitudine ha una sua pluralità. Può essere una piacevole compagna o un aguzzino impenitente. In grado di urlare tra le strade rumorose delle grandi città o sussurrare nei paesaggi deserti e spettrali di una comunità ristretta. L’importante è non alimentarla con il rancore e l’orgoglio secondo la visione del regista islandese Grímur Hákonarson, al cinema dal 12 novembre con Rams – Storia di due fratelli e otto pecore.

Vincitore Un Certain Regard a Cannes 68, questo film racconta la storia di Gummi e Kiddiley, due fratelli che non si parlano da quarant’anni pur condividendo la stessa terra in una valle islandese isolata dal mondo. Per vivere allevano pecore e montoni, prendendosi cura di loro dall’alba al tramonto, fino al giorno in cui Gummi si accorge che una pecora del fratello è malata di screpia, una grave malattia neurologica che potrebbe contagiare tutti gli esemplari della zona. Così avvisa il sistema sanitario del villaggio che ordina di sterminare tutte le pecore per contenere l’epidemia. Ma quegli animali non rappresentano solo una fonte di sostentamento per Gummi e Kiddiley, che mettono da parte il loro rancore per proteggere la speciale razza ovina dall’estinzione e salvare così il loro rapporto, e salvaguardare le proprie identità. “Nel nord dell’Islanda, come in altre zone rurali dell’isola, fino alla fine del Novecento l’allevamento di ovini ha costituito il mezzo principale di sostentamento della popolazione e una componente fondamentale della cultura contadina” spiega il regista che, dopo una serie di documentari, dirige il suo secondo lungometraggio.

Sulle note di una musica tradizionale egli cattura l’essenza della vita semplice e solitaria dei due protagonisti di poche parole, interpretati da Sigurður Sigurjonsson e Theodór Júlíussn. “E’ un film molto scandinavo” aggiunge Hákonarson, per sottolineare la convivenza del dramma e l’umorismo nero che, tuttavia, non scuotono una narrazione costruita su tempi dilatati e guidata da una regia statica e riflessiva. Il cuore del film è il rapporto tra i due fratelli misantropi, molto diversi l’uno dall’altro: Gummi è buono e paziente, mentre Kiddiley è alcolizzato e permaloso. Sullo sfondo dei paesaggi nordici avvolti dal freddo e dalla nebbia è interessante vivere il forte legame emotivo tra questi due uomini e i loro animali, compagni di viaggio e di sventura all’interno di una comunità rurale che sembra sospesa in un lontano passato.

Le pecore sono sacre per le popolazioni di queste terre che si estendono per chilometri di campi ed altipiani, e quando la tragedia prende forma i due protagonisti realizzano l’importanza reale di queste creature indifese, oltre il profitto e la propria sopravvivenza. Il regista emoziona con i ritratti paesaggistici che occupano gran parte delle inquadrature del film, regalando fotografie mobili e malinconiche dell’Islanda, con una eco ai tratti suggestivi delle opere di Sebastiao Salgado. La natura è una co-protagonista invadente ed espressiva che accompagna il dramma di Gummi e Kiddiley dalla prima all’ultima scena, confezionando un film esteticamente coinvolgente ed emozionante, seppur laconico e lento. L’odore di un realismo essenziale pervade Rams – Storia di due fratelli e otto pecore, che si conferma un film viscerale ed intimo, ma non adatto ad un pubblico generalista. Gli addetti ai lavori lo potrebbero definire un “film da festival” poiché il ritmo e il registro stilistico non seguono le regole del cinema commerciale. Tuttavia è istruttivo e caratterizzato da numerosi momenti di silenzio che non annoiano ma aiutano a riflettere e sentire il profumo di vita vera.