That’s life. “Frank Sinatra era più bravo come corriere della droga che come cantante”. L’accusa parecchio spaccona la spedisce sopra la lapide del Deseert Memorial di Palm Springs il figlio del boss della coca Pablo Escobar. Dalle colonne del giornale brasiliano O Estado de Sao Paulo, Juan Pablo, alias Sebastian Marroquin, si fa due risate alle memoria di The Voice che di frequentazioni mafiose ne aveva piene l’agenda, le tasche e la biografia.

“Ci sono più cantanti di quanti si possa immaginare che hanno iniziato la loro carriera grazie alla sponsorizzazione dei trafficanti di droga – ha ammesso candido Juan Pablo nel discettare di Narcos la serie prodotta da Netflix e diretta da Jose Padilha, incentrata sulla figura di suo padre.  “Non ho nessuna ricevuta a comprovarlo, ma solo parole. E lo so perché ero molto vicino a mio padre e lui ei suoi soci hanno sempre parlato di Sinatra”. Un breve passaggio, pochissime frasi, ma ecco tornare in auge il ritornello che riguarda il legame stretto stretto tra Frank e la mafia. Di quella italiana e Sam Giancana, intrecciati all’elezione a presidente degli Stati Uniti di JFK  già si sapeva e Sinatra non ci perdette nemmeno troppo denaro in parcelle d’avvocato per querelare; ma l’improvvisa linea Florida – Colombia tratteggiata dal figlio di Escobar con in mezzo la mediazione di Ol’ Blue Eyes risulta una di quelle piste che meritano almeno un’attenta occhiata. Giusto un paio d’anni fa era stato lo 007 Roger Moore a smontare il caso: “La maggior parte delle voci sono nate dopo che molti sconosciuti visitatori erano entrati nel suo camerino a farsi una foto con lui. Dopo qualche anno quelli in foto”.

Probabile che Moore fosse rimasto infastidito dal libro pubblicato nel 2009 proprio dal fratello di Pablo Escobar, Roberto, The Accountant’s Story, dove il trafficante di droga affermò che lui e Pablo cenarono insieme a Sinatra durante una vacanza a Las Vegas. I due vennero introdotti a Sinatra come proprietari immobiliari. “E’ stato un onore per noi. Quando l’ho incontrato ho effettivamente avuto la pelle d’oca, ma ho dovuto essere freddo per mantenere la mia posizione”, spiega nel libro Roberto Escobar. “Durante la cena Pablo ha detto a Sinatra che l’indomani avremmo fatto un giro in elicottero sul Nevada e Sinatra chiese di venire con noi. Il giorno dopo il cantante è diventato la nostra guida ed abbiamo volato per circa un’ora e mezza da quelle parti. Quando le foto di Pablo sono diventate ‘famose’ nel mondo, l’amico che ci presentò a Sinatra ricevette una telefonata dal cantante dove l’uomo chiese se era Pablo il tizio visto in un servizio tv e incontrato a Las Vegas. Non so cosa sia successo dopo, ma credo che Sinatra abbia detto con fermezza che non voleva essere associato mai più a Pablo”.

Le leggende attorno al Sinatra mafioso però non finiscono mai di aumentare di numero. Basta segnalarne almeno un altro paio ricordando che il cantante crebbe ad Hoboken, New Jersey, negli anni del proibizionismo e sarebbe venuto a conoscenza della criminalità organizzata fin dalla tenera età, sviluppando un fascino per il famigerato Benny “Bugsy” Siegel. Intanto nell’ultima biografia di Woody Allen, uscita da pochi giorni, si sostiene che Sinatra abbia ordinato alla mafia di uccidere Allen come vendetta per aver tradito la sua ex-moglie, Mia Farrow, che con Sinatra, sempre secondo voci mai confermate, avrebbe concepito, mentre stava con il regista di Manhattan, il bel Ronan, sorta di sosia di The Voice. Poi ancora nel suo libro, L’ombra di mio padre, John Gotti Jr. scrive come suo padre, noto come il padrino di New York, una volta minacciò di uccidere Sinatra perché il cantante non si era alzato di fronte a lui durante un concerto. Chiunque sa che per diventare famosi nel circuito dei club negli anni 50-’60 non si poteva che scendere a patti con la criminalità organizzata. Eppure, come canterebbe Sinatra, sembra ancora una volta che “the best is yet to come”.