Antonio è sempre stato affascinato dalla storia tormentata degli anni ’40, con particolare attenzione a quella parte di genocidio compiuta ad Auschwitz. I suoi trent’anni scanditi da tossicodipendenza, problemi psichiatrici e guai con la legge sono l’occasione per un regalo dal fratello regista. Un regalo “per ricominciare a parlare”. Nasce così Memorie – In viaggio per Auschwitz. Due fratelli trascinano il loro passato sui treni di mezza Europa riempiendone gli scompartimenti di ricordi, recriminazioni, errori, ammissioni a volte parziali, altre palesi.
Danilo Monte punta la camera su Antonio, ma spesso ne taglia la figura, lo amputa visivamente come lui stesso ha fatto con la propria vita.

Le memorie vengono fuori dal dialogo e dalle schegge di passato proposte in VHS girati in numerosi momenti della loro vita: dalla Comunione di Antonio alla comunità di recupero, semplicemente in vacanze al mare o all’uscita dall’ospedale psichiatrico. Una presenza dell’obiettivo costante e cosciente, “ai limiti dell’ossesione” si sarebbe detto fino a una quindicina d’anni fa, ma oggi si appesantisce inevitabilmente del retaggio dovuto al reality. E non tanto per il voyeurismo come meccanismo innescato dal progetto o dallo stile, bensì come inconcludenza narrativa. Il film non ha pathos, nessun percorso di crescita, rivincita o, perché no, distruzione, ma destinazione. Geografica. Quindi la catarsi tiepida è lasciata nei luoghi silenziosi del campo di sterminio polacco e a tante parole senza risoluzioni né speranze. Potrebbe voler essere terapeutico per il pubblico, ma così non aiuterebbe a capire né a risolvere, forse più semplicemente a sapere qualcosa in più sulle dinamiche. Allora speriamo che sia d’aiuto almeno per questa famiglia squarciata dalle dipendenze.

Il film ha vinto il Premio Avanti al Torino Film Festival nel 2014 e quest’anno è stato nominato Miglior film allo Spiraglio – Film Festival della Salute Mentale di Roma. Nonostante il palmares la costruzione resta quasi piatta e se anche una conversazione può risultare spettacolare, questo non è il caso. Antonio frulla i ragionamenti da una torre d’avorio tutta sua, mentre Danilo, che raramente appare, in quanto operatore oltre che regista, non riesce mai a scalfire le barriere erette dal fratello minore. Al netto del viaggio c’è poca condivisione tra i due, anzi una cervellotica schermaglia a colpi di filosofie di non-vita, punte d’iceberg di un annoso logorio. Tossicodipendenza, marginalità, abbandono scolastico come scelta o come non-scelta? Viene da chiedersi ascontandoli. Sono più labili certi confini tra bene e male o certe persone che non ti aspetteresti mai?

Il cinema di Monte si spinge alla continua ricerca della verità, ma stavolta inciampa nel voyerismo. Stilisticamente il suo lavoro ha le sembianze di un filmato improvvisato ma tra le tante parole affiorano i temi spinosi della non ammissione di una dipendenza, delle aspettative demolite, le relazioni andate in fumo e la famiglia allentata. Le rotaie zoomate sono come un crinale tra mondi inconciliabili tagliati a doppia lama: quello dello “sbattersi per vivere” e quello del disagio. Memorie perché non parla di presente se non sterilmente, né di futuro (perché forse è ancora presto per Antonio) ma solo di passato. In tutta questa incertezza Auschwitz come posto di massima disumanità, se non come salvifica catarsi, potrà essere il fondo sul quale puntare i piedi per tornare su? È l’augurio che spetta alla famiglia Monte.