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Qualche anno fa fiorirono i dibattiti su Islam e democrazia: convegni, tavole rotonde, opinionisti esprimevano il loro parere sulla conciliabilità o meno della democrazia con l’Islam. Forse l’apice di questi dibattiti lo si è raggiunto intorno al 2011 a seguito delle rivoluzioni nel mondo arabo. Ci si chiedeva se questi rapidi cambiamenti in Paesi come la Tunisia, l’Egitto, la Libia, la Siria avrebbero dato luogo alla formazione di governi democratici che avrebbero tratto ispirazione e sostegno ideologico dallo stesso Corano. La realtà è sotto gli occhi di tutti e per brevità, forse con l’eccezione della Tunisia, possiamo dire che tale connubio, Islam e democrazia non ha dato i frutti sperati. Ma l’analisi di questa situazione la rimandiamo ad un altro post.

Quello che ci interessa analizzare adesso è il caso della Turchia e l’innamoramento che si è avuto in Europa e nel mondo arabo di Recep Erdogan e del suo governo islamo-conservatore che sarebbe riuscito a conciliare Islam e democrazia. Qualcuno dei lettori ricorderà che allora, intorno al 2010-2011, i giornali scrivevano a proposito del modello turco, di una specie di democrazia cristiana nostrana in salsa islamica. Ed Erdogan non si fece scappare l’occasione di questa popolarità. Si precipitò in Egitto dal presidente Morsi per ribadire che la Turchia che egli rappresentava, non era quella kemalista e laica ma un Paese che aveva saputo conciliare un islamismo conservatore con un liberalismo politico e una prosperità economica. Discorsi aulici, grandi strette di mano, speranza condivisa dagli Stati Uniti che ci potesse essere un terzo modello, oltre quello iraniano e quello saudita, per le rivoluzioni nei paesi della riva sud del Mediterraneo.

Questo successo di Erdogan era certamente frutto di una riuscita economica che accompagnava la sua azione politica ideologica, ma era anche dovuto alla sua capacità di far apparire progressista e democratico ciò che era autoritario. Appena asceso al potere, aveva favorito una riforma dei manuali scolastici in senso anti kemalista, aveva reso obbligatori i corsi di religione, gli imam avrebbero occupato migliaia di posti di professori. L’esercito e la polizia ridotti a non interpretare un ruolo anti islamico con quello che ciò comporta in termini di repressione. Il velo interdetto dal 1980, ripristinato per le studentesse che vogliono accedere alle università. Questi alcuni esempi di una politica autoritaria e antidemocratica che ha registrato un crescendo nei licenziamenti di giornalisti critici verso il potere, la chiusura di giornali e testate televisive che si opponevano a Erdogan e al suo partito Akp, scontri violenti con le opposizioni.

Le elezioni di novembre hanno assegnato la vittoria al suo partito che secondo i numeri non ha la maggioranza sufficiente per cambiare la Costituzione in senso presidenziale, ma il suo primo ministro Ahmet Davutoglu ha subito dichiarato che se questo non sarà possibile con l’accordo di altri partiti, si farà ricorso ad un referendum. Erdogan intuisce che in questa situazione i turchi sono stanchi e vogliono una stabilità con un presidente che sia un padre padrone e che gli assicuri stabilità politica ed economica anche a prezzo della perdita di alcune libertà civili. Il processo però è più contorto di quanto non si pensi, perché su queste scelte peserà il posizionamento della Turchia in politica estera che Erdogan intende avere. Intanto il Pkk, i curdi. Sino a quando potrà giocare l’ambigua politica di appoggio alla coalizione anti Isis e allo stesso tempo favorire l’Isis che lotta contro i curdi? L’attentato di Suruc è stato attribuito alle milizie del califfato e, nonostante questa presa di posizione, risulta che l’aviazione turca ha sferrato un attacco massiccio sui curdi e solamente pochissimi interventi contro l’Isis. Ci sarebbe aspettato il contrario.

Del dibattito se la Turchia possa essere il modello della conciliazione tra Islam e democrazia si è persa la traccia e altri problemi hanno contribuito a spegnere l’entusiasmo. Un’altra questione ha preso il sopravvento: cosa bisogna fare per contrastare l’Isis? Ma questo sarà oggetto di un altro post aspettando suggerimenti dai miei lettori.