Quando si parla di festival italiani di elettronica, c’è un nome imprescindibile per le cronache musicali: il Club To Club. La 15esima edizione si è conclusa domenica a Torino con bilanci più che lusinghieri. In cinque giorni di show, una line-up stellare si è avvicendata sui palchi, con nomi come Apparat, Thom Yorke, Jeff Mills, Nicholas Jaar, Four Tet, che hanno portato nel capoluogo piemontese decine di migliaia di persone. All’indomani del day after, abbiamo incontrato l’art director del Festival, Sergio Ricciardone, per parlare di questa realtà sempre più importante per l’industria dei grandi eventi italiani.

Quante persone coinvolge a vario titolo l’organizzazione del Club to Club?
Ci sono vari livelli. Noi siamo un’associazione culturale, e durante l’arco dell’anno siamo composti da una decina di persone che lavorano sull’organizzazione del festival. Quando scatta giugno-luglio, cioè quattro mesi prima, le persone che lavorano con noi diventano una ventina. Poi, da settembre a novembre, diventiamo centinaia, e si aggiungono anche le consulenze esterne e le maestranze.

In quest’edizione avete fatto quasi dappertutto sold-out.
Alcune location sono più piccole, come i teatri o il conservatorio, quindi è più facile riempirli. Credo, però, che sia la prima volta che un festival di queste dimensioni vada sold-out anche su location da decine di migliaia di persone. Direi che l’accoglienza è stata positiva. E poi avevamo una serie di iniziative che erano piene, tra cui Absolut Symposium, dal mercoledì al sabato, dove abbiamo realizzato in un hotel una serie di attività per i professionisti. Infine abbiamo chiuso domenica con una festa di quartiere a San Salvario, dove hanno partecipato alle attività musicali 5000 persone, e in tutto il quartiere sono state coinvolte circa 10000 persone.

Club To Club festeggia i 15 anni. Come hai visto cambiare il festival?
I primi cinque anni anni è stato un festival locale, torinese. Era il periodo pre-Olimpiadi, quindi la città era in fermento. Abbiamo avuto quindi una prima fase cittadina con una partecipazione grande dei giovani della zona. Erano tempi in cui le location erano decisamente più piccole. Dal 2006 al 2010 posso dirti che cominciavano ad arrivare persone da città vicine o dall’Italia, e poi dal 2010 – da quando abbiamo cambiato parecchie cose nella direzione e nell’organizzazione del festival – è diventato sempre più internazionale,con un aumento di presenze dall’estero. Quest’edizione è stata la più entusiasmante da questo punto di vista, perché abbiamo avuto la percezione che fosse un festival internazionale non solo perché c’era un pubblico estero, ma perché al festival sono venuti parecchi professionisti dell’industria musicale inglese, tedesca, americana.

Il concept che rende la vostra rassegna diversa da tante altre è la presenza di arti visive, oppure c’è dell’altro?
Quello che cerchiamo di proporre è un mix di avanguardia e pop, discorso su cui insistiamo molto. Non è importante parlare di arti visive, ma di arte elettronica. Tutti gli artisti che ospitiamo hanno al loro interno una componente elettronica e una visiva. Abbiamo preso le distanze da queste categorie obsolete perché non raccontano veramente che cosa sta avvenendo a livello di comunicazione. Non direi che indaghiamo sulle arti visive, quanto sugli artisti che si muovono tra pop e avanguardia, e arrivano con degli show già pronti.

Cosa ti ha spinto a passare dalla carriera di dj a quella dell’organizzazione eventi?
La parte di organizzazione eventi c’è sempre stata fin dall’inizio. Quando ho cominciato a fare questo mestiere, organizzavo le serata in cui suonavo. Quando avevo 20 anni la cosa più importante per me era proporre a Torino i suoni che io sentivo a Londra. Poi, quando ho scoperto che c’erano artisti locali che facevano suoni interessanti, ho preferito fare un passo indietro. Mi sembrava più corretto e più stimolante muovermi a livello di organizzazione artistica.