Venti pacchetti azionari di valore superiore al milione di euro, per un totale di circa 70 milioni. A venderli, nel corso del 2014, sono stati pochi soci eccellenti della Popolare di Vicenza, che sono riusciti a disfarsi dei titoli subito prima che i vertici dell’istituto finissero al centro di un’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza e che il consiglio di amministrazione, lo scorso aprile, svalutasse del 23% il valore delle azioni. Alla faccia dei piccoli risparmiatori (i soci sono oltre 100mila) rimasti invece incastrati: visto che la banca non è per ora quotata, l’unico modo di liberarsi delle azioni è rivenderle allo stesso istituto, che però non è tenuto a riacquistarle.

Secondo L’Espresso, tra i fortunati ci sono l’imprenditore Giuseppe Stefanel dell’omonimo gruppo dell’abbigliamento e Renzo Rosso di Diesel, la holding Nevada della famiglia vicentina Spezzapria proprietaria del gruppo siderurgico Forgital, la banca Ibl della famiglia D’Amelio e la famiglia veneziana di costruttori e immobiliaristi Mevorach. Ma anche gli imprenditori veneti Gianbattista e Giancarlo Dallicani e Lino Diquigiovanni e la famiglia Morato. La Diesel di Rosso, per esempio, ha venduto per 3,2 milioni un pacchetto comprato anni prima per poco più di 2,8. Mentre la holding Finpiave di Stefanel ha incassato oltre 1 milione e banca Ibl ha acquistato e rivenduto titoli per 10 milioni tra 2013 e 2014.

Una pattuglia di investitori che è riuscita a salvarsi dribblando in extremis la svalutazione del titolo da 62,5 a 48 euro ma soprattutto il crollo previsto per l’anno prossimo, quando la banca veneta, trasformata in spa come prevede il decreto sulle popolari, sbarcherà in Borsa. Secondo gli analisti, sottolinea il settimanale del gruppo che fa capo alla famiglia De Benedetti, la quotazione potrebbe a quel punto scendere sotto i 20 euro. Con inevitabili perdite per i circa 50mila soci reclutati negli ultimi cinque anni anche grazie agli aumenti di capitale del 2013 e 2014, quando le azioni erano prezzate 62,5 euro.

A fronte di queste pratiche, ora la Popolare presieduta da Gianni Zonin rischia cause legali dei soci minori proprio sulle modalità di fissazione del prezzo dei titoli. Modalità su cui la Banca d’Italia, in un comunicato ad hoc diffuso per chiarire quelli considera “malintesi”, ha sostenuto di aver “più volte richiamato la Popolare di Vicenza” chiedendole di “dotarsi di idonee procedure e criteri obiettivi“. Salvo non intervenire mai concretamente a tutela dei risparmiatori, visto che via Nazionale non ha mai imposto ai vertici di informare l’assemblea dei soci dei propri rilievi.

Come messo in luce dalle indagini della magistratura, peraltro, i soci hanno ottenuto dalla banca prestiti per 974,9 milioni condizionati all’acquisto di titoli della banca stessa. Fatto che ha costretto la Popolare a mettere a bilancio svalutazioni e riserve per quasi 1 miliardo affossandone i conti. E in molti casi, scrive L’Espresso, l’istituto si è impegnato per iscritto a ricomprare i titoli entro una certa scadenza salvo poi tirarsi indietro. Mentre garantiva una via di uscita al ristretto club dei soci eccellenti.