Sono passati più di cinque anni dallo scoppio del pozzo Macondo, nel Golfo del Messico. La maggior parte delle persone pensa che sia tutto finito, tutto tranquillo. E invece, come per tutte le tragedie petrolifere, i guai si racimolano per strada, negli anni a venire. E’ sempre così – oil spills are forever.

Così, ogni tanto compaiono studi scientifici sullo stato del golfo, dei suoi delfini, dei suoi coralli, delle sue persone. E in questi giorni diventa disponibile il calcolo, fatto dal Dipartimento della Giustizia del governo americano e dalla BP stessa, del numero di esemplari di pesci morti a causa dello scoppio di Macondo. Sono calcoli approvati dalla BP, e da loro non contestati. Anzi, grazie all’Oil Pollution Act dei primi anni Novanta dopo lo scoppio della Exxon Valdez, i petrolieri devono presentare un “Natural Resources Damage Assessment”.

La lista di pesci morti comprende fra i 200 e 500 milioni di gamberetti, un miliardo di ostriche, fra i 2 e i 10 miliardi di granchi blu, fra i 2 e i 5 trilioni di pesci allo stato larvale che non hanno mai avuto la possibilità di crescere. E questo ovviamente ha conseguenze negative non solo per l’ecosistema ma anche per chi vive lì, e vive di pesca.

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Il grafico e i dati parlano chiaro. E no, non si tratta di errori o di malscritture. Si parla di miliardi e miliardi di pesci – tonni, gamberetti, granchi, sgombri – morti durante e dopo gli 87 giorni del petrolio che fuoriusciva senza sosta dalle viscere della terra. Il gran totale è di trilioni di pesci, e cioè un uno con dodici zero: 1,000,000,000,000 esseri marini uccisi dal petrolio. I tassi di mortalità, deformazioni, ed aborti spontanei sono tuttora superiori alla norma.

Per i sopravvissuti si parla di lesioni ai corpi, anemia, problemi riproduttivi, al sistema immunitario, deformazioni congenite, stress.  Tutta la vita marina, dal plancton fino ai tonni del golfo ha risentito dello scoppio.

Qualche settimana fa il colosso britannico ha accettato di pagare 20 miliardi di dollari per le violazioni al Clean Water Act, oltre ad altri miliardi già spesi per la pulizia e per il risarcimento ai singoli Stati. Già sento gli echi dell’eccezionalismo italiano – da noi, nell’Adriatico, nello Ionio, nel Mediterraneo non potrà succedere mai e poi mai. Abbiamo fondali diversi, siamo più bravi et cetera et cetera et cetera.

Sì, può darsi. Ma può anche non darsi. E può darsi che in modi e tempi diversi, o con portata minore scoppi possano accadere anche lungo le nostre coste. Nessuno ha la sfera di cristallo e la domanda è sempre la stessa: chi ci guadagna a petrolizzare i nostri mari? Cosa ci guadagnano nel concreto i residenti del golfo di Taranto, la Sicilia, la riviera abruzzese o quella marchigiana? Anche nel Golfo del Messico, prima del 20 aprile 2010 dicevano che era tutto a posto. E invece…

Qui le immagini della vita marina che resta dopo lo scoppio del pozzo Macondo 5 anni e mezzo fa