C’è di sicuro la bomba mediatica. Di quella parliamo dopo. L’altra bomba, che avrebbe fatto esplodere in volo l’Airbus 321 della compagnia russa Metrojet, è ipotizzata dalla Cnn: di solito non parla a vanvera. Il network di Atlanta basa le sue informazioni su fonti anonime legate all’intelligence Usa. Ci ha pensato poi il premier britannico David Cameron ad accreditare questa pista terroristica, annunciando ieri mattina – in una nota ufficiale – che le compagnie del Regno Unito sospendevano i voli sul Sinai, motivando la decisione con il timore della sicurezza dell’aeroporto. In verità, il ministro della Difesa Philip Hammond, citato dal quotidiano The Guardian, è stato piuttosto esplicito, a proposito dei timori. Ha detto infatti che “esiste una forte possibilità” che a provocare lo schianto dell’Airbus possa essere stato un “ordigno esplosivo”.

Importante è la sequenza temporale: martedì sera il servizio della Cnn, mercoledì mattino il comunicato di Downing Street. Per contorno, ma non di contorno, due rivendicazioni dell’Is. Siamo stati noi, ma non vi diciamo come abbiamo superato i vostri controlli. Detta così, non convince. Mancano le prove dell’attentato. Però, nella sua dialettica “asimmetrica” il Califfato fa sapere che ha nel mirino gli aerei dei “crociati” e del “maiale Putin”, come ha specificato in russo un combattente dell’Is, filmato assieme ad altri tre compagni. Caucasici. Foreign fighters. Il Cremlino è avvisato. La Russia ha mandato i suoi caccia a bombardare la Siria, noi butteremo giù gli aerei russi. Esempio di come lo Stato Islamico – e comunque di chi parla a suo nome – metta ormai sullo stesso piano la resistenza all’oppressione, la lotta contro l’occupazione straniera che ha per bersaglio obiettivi militari alle azioni indiscriminate contro la popolazione civile (o contro i turisti dei paesi “crociati”).

La bomba mediatica è esplosa con grande fragore. Almeno sappiamo chi ha acceso le polveri… Ha creato problemi non da poco allo stesso Cameron che proprio ieri ha ricevuto il presidente egiziano Abdel Fattal al Sisi. Bisogna capire Cameron: nel Sinai ci sono ventimila turisti inglesi. Vuole riportarli sani e salvi in patria. Al sicuro. Lì, non lo sono. C’è ovviamente un tornaconto di politica interna. Cameron si è dato da fare. Ha inviato una squadra di esperti a Sharm el-Sheikh, “per controllare urgentemente la sicurezza dell’aeroporto”. Questa spocchia ha irritato gli egiziani. Il Cairo ha replicato che tutti gli aeroporti del Paese sono sicuri, perché adottano le procedure di sicurezza internazionali. Londra lo mette in dubbio. La sospensione dei voli e l’invio del team tecnico rischiano di provocare una crisi diplomatica tra Gran Bretagna ed Egitto. Senza dimenticare la Russia, che nega l’ipotesi terroristica, almeno sino a quando non si avranno elementi tali da avvalorarla. Ed è una posizione per il momento condivisa dagli egiziani.

Val la pena registrare – in soldoni – la stizzita posizione russa. Che identifica, senza nominarli, negli americani gli ispiratori della polemica sulle cause della tragedia. Lo stop dei voli suscita a caldo una prima reazione moscovita: “Se esistono dei dati reali di questo attacco speriamo che chi li possiede li fornisca per il bene delle indagini”, ha detto Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Peskov di solito è il megafono di Putin. Qualsiasi dichiarazione rilasciata prima di conoscere i risultati definiti dell’indagine sono “informazioni non verificate o speculazioni”. La posizione russa non esclude qualsiasi teoria sulla causa del disastro ma sottolinea la necessità di attendere gli esiti dell’indagine: “Al momento non vi è alcuna base per avallare una di queste teorie”.

La prudenza diplomatica del Cremlino lascia però il posto all’analisi del presidente della Commissione affari internazionali del Senato russo, Konstantin Kosaciov. Che spiega il fastidio di Mosca. Dietro la decisione di Londra, Kosaciov intravede motivi strategici: “C’è una resistenza geopolitica alle azioni russe in Siria e io penso che nel mondo sono in tanti coloro che vorrebbero attribuire questa catastrofe in anticipo, senza che ce ne siano i presupposti necessari, alla reazione dei jihadisti alla Russia”. Washington, in primis…e i suoi più fidi alleati.
Nel corso della giornata si delinea una sorta di linea Maginot delle flotte aeree che vogliono evitare i voli sul Sinai. L’olandese Klm, la francese Air France, i grandi vettori del turismo di massa Thomas Cook e Thompson Airways, persino la compagnia low cost EasyJet che lavora tantissimo con la penisola egiziana. I resort del Mar Rosso sono una miniera d’oro: per i tour operator, per lo stesso Egitto. Nel 2014 il turismo ha contribuito nella misura dell’11.3 per cento alla formazione del pil egiziano, è la prima risorsa del Paese, fonte di valuta imprescindibile. Il danno causato dalla scelta inglese potrebbe rivelarsi fatale. In più c’è il danno politico. Non solo Downing Street non ha considerato le posizioni ufficiali egiziane e russe secondo le quali non esisterebbe la prova di un attacco terroristico, ma ha dimostrato palesemente di non fidarsi degli egiziani per quel che riguarda la sicurezza dei turisti inglesi. Certamente, nel colloquio col presidente Sisi, Cameron avrà cercato di giustificare la posizione assunta in mattinata. Chissà, forse Sisi avrà confermato le voci sul licenziamento di Adbel-Wahab Ali, capo della sicurezza dell’aeroporto di Sharm el-Sheikh. Ma il Cairo non avrà gradito che l’Ucraina abbia deciso di sospendere “in via precauzionale” tutti i voli verso il Sinai, e questo dopo che il ministero dell’aviazione civile egiziano avesse detto che nella giornata di mercoledì erano attesti otto voli verso Sharm el-Sheikh. L’Ucraina è una delle principali fonti di turisti per Sharm e, secondo il Wall Street Journal, si tratta di un’altra grave battuta d’arresto per la località egiziana.

In fondo, si replicano in chiave turistica il braccio di ferro tra Russia e Occidente, fra Mosca e Kiev. La Komsomolskaja Pravda condanna la sospensione dei voli, una scelta “prematura” e riprende le dichiarazioni di Peskov. Anche il sito Gazeta.ru abbraccia in pieno la linea del Cremlino, d’altra parte i media russi sono tutti o quasi “normalizzati”. A prescindere da questo, l’ipotesi dell’avaria, secondo Iuri Antipov, esperto russo di incidenti aerei, non esclude la potente esplosione, a suo avviso, causata dal movimento di rientro del carrello d’atterraggio, sotto la carlinga. Sorride la Casa Bianca, che in queste ore si è pigliata una sorta di rivincita dopo lo smacco siriano. Senza esporsi. Ha lasciato il compito ai media, all’alleato inglese. Il messaggio a Putin è chiaro: il vero nemico è lo Stato Islamico che non ha sconti per nessuno, nemmeno per chi non li attacca come avrebbe potuto e dovuto fare.

Il Risiko del Medio Oriente si aggroviglia sempre di più. L’Islam radicale è un problema, e la Russia lo sa benissimo: il 14 per cento della popolazione professa la fede musulmana, il nucleo più determinato dei “combattenti stranieri” è quello del Caucaso, dai 2500 ai 4mila. La sorte di Assad divide le potenze, al summit di Vienna – venerdì 30 ottobre – in fin dei conti si è cominciato a discutere su parecchi punti, senza mascherare i disaccordi. Un patto prima o poi sarà elaborato, gli analisti giudicano che non sarà “insormontabile”. Kerry, il Segretario di Stato americano, ha ribadito la posizione Usa nei confronti di Assad e Mosca ha lasciato intendere che la permanenza del presidente russo non è più intrattabile. Ogni accordo è illusorio senza l’Iran e Teheran, per adesso, è riuscita ad impedire che si decidesse una sorta di calendario per l’uscita di scena di Assad. Ma anche gli iraniani hanno fatto sapere che potrebbero gradire un periodo di transizione politica (sei-otto mesi), seguita dalle elezioni, per decidere sulla sorte del presidente siriano. C’è chi auspica che sia l’Onu ad organizzare la consultazione elettorale e non Assad, così come c’è margine di trattativa nello stilare l’elenco delle organizzazioni considerate terroriste. E che i negoziati tra Assad e l’opposizione siriana dovranno essere rapidi. Mosca si è detta favorevole, ma non è escluso che continui nella sua strategia di colpire i nemici dell’alleato di Damasco.

Su una cosa Putin è intransigente: il mantenimento dei privilegi, ossia la base navale e quella aerea, a tutela degli interessi russi nel Mediterraneo. Meglio in Siria che altrove, è la pragmatica valutazione di Washington. Gli costerà un occhio. L’operazione militare lanciata dal Cremlino ha amplificato, come ha scritto Der Spiegel, “la portata del conflitto”, e ha messo in difficoltà gli Stati Uniti e l’Europa. L’incidente del Sinai è solo una spina nel fianco ben allenato di Putin, cintura nera di karaté e audace pokerista. Il quale ha forse dimenticato che il gioco del poker è nato in America. E che la bomba non bomba dell’Airbus – colpire un aereo russo, per danneggiare Putin, il gran regista dell’intervento militare in Siria contro i gruppi jihadisti, a fianco di Assad – è solo la metafora di una situazione che definire complessa è riduttivo: c’è tutto e il contrario di tutto, il turismo di massa e di Stati; l’alterigia della capitale coloniale; la guerra siriana; la pista del terrorismo islamico (la violazione di un santuario del turismo internazionale oggi molto frequentato dai russi); la Grande Paura dell’Occidente; l’orgoglio smussato di un Egitto che ha nel Sinai la sua pepita d’oro, ma ha nel Sinai dei clan e delle tribù beduine infiltrazioni e guerriglia jihadiste, come quella del gruppo di Beyt al Maqqdis che nel 2014 ha aderito allo Stato Islamico. Per il Cairo sono migliaia gli integralisti che combattono nel Sinai, dove il Mar Rosso diventa Canale di Suez. Dove Israele è un confine. E dove il contrabbando con la Striscia di Gaza è una professione, più che di fede, di quattrini.