Alla faccia delle diete, al martedì su Rai2 è tornato il talent dei pasticceri: “Il più grande pasticcere“. Lo share è attorno al 5,5%, in contrazione – almeno in questa prima puntata – rispetto all’edizione 2014. Lo stesso fenomeno verificato nella patria francese del format, dove il programma ha conseguito alla prima stagione il 12% e nelle successive circa il 10% , sempre su France2, la rete pubblica più “popolare”. Ma da noi accade (e non sappiamo se anche in Francia sia successo) che a perdere l’entusiasmo per i maestri del dessert sia stato proprio quel pubblico più giovane, entro i 34 anni, che, specie al Sud e fra i laureati, teneva di più in quota l’ascolto nella passata stagione.

Immaginiamo che a Rai2, impegnati a fare largo alle leve di pubblico più giovani, la circostanza darà abbastanza da pensare e si staranno chiedendo: è il dolce che stucca o è proprio il format del talent che comincia a stufare, come è capitato ai talk show politici, che sono passati dalle stelle alle stalle in un breve volgere di stagione? A sperare di godere della crisi dei talent sono di certo tutti quelli che incompetenti e (quindi) disinteressati circa il contenuto specifico delle prove li trovano monotonamente uguali, che addestrino a curare le unghie, che ammaestrino sul come combinare e impiattare una cena o che, addirittura, guidino nel mettere a valore il cromosoma del successo (il noto X-Factor), ammesso che l’abbiate.

Certo, c’è nei talent l’inaffondabile elemento del reality, ci sono le cerchie dei parenti e amici con i loro specifici connotati antropologici, ci sono i momenti da confessionale con i relativi flussi di coscienza dei promossi e dei bocciati. Così ognuno vi può intravedere quel tanto che basta di atteggiamenti propri o dei propri figli, figlie, congiunti e conoscenti vari, e immaginare così di capirne meglio le azioni e le motivazioni. Ma il punto è che, al di là del profilo reality, i talent si reggono in quanto credibili metafore della “gara della vita” intesa come una sequenza di Hunger Games nei quali conviene ben appuntire i propri talenti per meglio trafiggere gli avversari, cioè tutti gli altri. Tutto per essere accettati dagli anziani, quelli che, sia che recitino da sergenti dei marines o che si atteggino a monaci Shao Lin, stanno in cima alla catena e quindi possono cooptarti. È questo, si sarebbe detto un tempo, il lato ideologico dei talent.

Tant’è che ci viene da pensare che i ragazzi della tribù, che per essere ammessi tra i guerrieri dovevano semplicemente uccidere un leone, senza fucile e senza che gli anziani ci mettessero becco, fossero sottoposti a una “ideologia” meno conformista di quella che corre liturgie iniziatiche inscenate dalla tv. Che continueranno, temiamo, a implacabilmente a funzionare fintanto che i giovani non potranno tornare a uccidere i leoni per conto proprio.