Aveva iniziato il nuovo impiego per uscire dalla disoccupazione. A quasi 60 anni quel tirocinio propedeutico all’inserimento lavorativo doveva essergli sembrato un bacio della buona sorte. Ma dopo due settimane tutto è finito. Un colpo di calore, poi il coma. Infine la morte. Di cui nessuno ha saputo nulla. Fino al primo atto di indagine della procura. È morto così, all’ospedale di Cona di Ferrara, un uomo di 58 anni. Stava svolgendo il tirocinio presso un chiosco nel parco urbano dedicato alla memoria di Bassani. A coinvolgerlo nella sua esperienza erano state l’Asp (l’azienda per i servizi alla persona del Comune di Ferrara) e la cooperativa Camelot, attiva nel campo dell’integrazione.

L’uomo aveva iniziato a lavorare come operatore ecologico lo scorso 6 luglio. Questo fino al 23 luglio quando, secondo la ricostruzione della procura, viene ricoverato per un colpo di calore. Dall’ospedale uscirà solo da morto, il 18 ottobre. Per chiarire i contorni della vicenda la magistratura ha iscritto nel registro degli indagati quattro persone. In primis il direttore generale di Asp, la presidente di Camelot e il dirigente delegato per la sicurezza della cooperativa. Per loro l’ipotesi di reato è omicidio colposo e violazione di norme del testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Nello specifico non avrebbero valutato adeguatamente i rischi correlati alla prolungata esposizione al sole del 58enne. A questo si aggiunge il non aver provveduto a sottoporre il tirocinante a un accertamento sanitario per valutarne l’idoneità fisica.

Ai tre nomi di Asp e Camelot si aggiunge quello del medico del pronto soccorso. Qui l’ipotesi di reato è invece dolosa. Quella di omissione di referto: pur avendo assistito il paziente nell’ambito di un caso valutabile come lesione conseguente a un infortunio sul lavoro, non avrebbe ottemperato all’obbligo di informare l’autorità giudiziaria. Per Camelot si tratta dell’ennesima tegola sulla testa. Negli ultimi tempi la cooperativa sociale è finita più volte sulle pagine di cronaca locali in particolare per gli appalti milionari relativi ai fondi ministeriali per l’accoglienza di migranti concessi dal Comune senza gare pubbliche. L’ultimo di questi affidamenti diretti, per oltre un milione di euro, è finito l’estate scorsa nel mirino dell’Anticorruzione: “Un modus operandi – tuonava l’authority retta da Cantone – che, oltre a presentare elementi di opacità connessi ipso facto alla mancanza di una qualsivoglia procedura competitiva per la selezione del partner progettuale/soggetto attuatore rimessa invece alla totale discrezionalità del Comune, nel caso di specie si innesta in un contesto locale che vede Camelot detenere una sorta di esclusiva nel campo dell’assistenza agli immigrati”.

Sempre in riferimento agli affidamenti diretti, la procura indaga da giugno sulle modalità di affidamento diretto degli appalti dal Comune alla cooperativa. L’inchiesta, rubricata al momento solo come atti relativi, non vede ancora nessun indagato.