marò 675

Il mondo è un palcoscenico di poca terra e molta acqua dove vecchi attori consumati, gli Stati, recitano la loro parte secondo un copione già scritto: l’esercizio della sovranità, ovvero la difesa del potere. La sovranità implica una legge ferrea, tutto è sacrificabile. Capirlo dovrebbe essere doveroso, accettarlo è un altro discorso. Fatta questa premessa, veniamo all’ultima puntata del romanzo nazionale italiano degli ultimi anni, il caso marò.

Attualmente la pratica è nelle mani del Tribunale internazionale per il diritto del mare di Amburgo (Itlos). Un arbitrato internazionale deciderà se la giurisdizione sarà indiana o italiana; questo succede perché i due paesi si sono accordati nel rivolgersi ad un potere internazionale terzo, non certo perché esista una forza di gravità del diritto internazionale che li costringesse a farlo. Dopo tre anni dall’incidente, dopo  decine di dichiarazioni, smentite e contro-smentite, dopo che nessun capo d’accusa ufficiale sia ancora stato mosso nei confronti dei due marò si è arrivati all’ordinanza di Amburgo, che intanto impone ad italiani ed indiani di sospendere i propri procedimenti. La sospensione vanifica le pretese indiane di reclamare il rientro di Massimiliano Latorre, uno dei due marò, che attualmente si trova in Italia.

È bene chiarire un punto: la verità – per ora – non la sa nessuno, e nessuno ha prove evidenti che possano dimostrarla.

Tre sono i punti al netto delle ipocrisie e delle ingenuità, ed una sola la certezza incontestabile:

1. Che quei pescatori fossero solo pescatori nessuno lo potrà mai dimostrare, ovviamente le loro eventuali armi, se mai fossero esistite, si troverebbero già in fondo all’Oceano.

2. Le perizie, fatte con settimane – addirittura mesi – di ritardo, non hanno un minimo di credibilità, inoltre sembrerebbe che gli indiani abbiano fatto un po’ di confusione nel presentarle al tribunale di Amburgo.

3. Terzo, anche qualora si dimostri che i proiettili sparati corrispondano o no alle dotazioni dei militari italiani, nulla toglie che i marò possano aver usato altri armamenti non dichiarati; non sarebbe la prima volta che dei soldati usino armi non ufficiali. Anche in questo caso chi mai lo dimostrerà? Le acque dell’Oceano sono molto profonde anche per loro.

L’unico dato incontestabile è che quel 15 febbraio 2012, senza alcun ragionevole motivo, la St. Anthony puntava verso il mercantile Enrica Lexie contro il diritto di precedenza per le navi di grossa stazza, e contro ogni regola del buon senso, dato che qualsiasi marinaio sa che avvicinarsi alle rotte dei mercantili – in quelle area affette dalla pirateria – rappresenta un rischio mortale, essendo a conoscenza del diritto all’autodifesa dei corpi militari di protezione a bordo. Avvicinarsi all’Enrica Lexie significava una sola cosa: identificazione e cambio di rotta, altrimenti piombo.

Quello a cui abbiamo assistito finora è stato un processo mediatico di errori ed ipocrisie, con l’aggravante dell’ingenuità per la parte italiana. Appena la notizia degli eventi raggiunse la terraferma, le autorità indiane – imbrogliando – inoltrarono alla Enrica Lexie richiesta di rientro, precisando che alcuni pirati erano stati arrestati ed si richiedeva la collaborazione italiana per identificarli.

Ma al governo indiano non fare giustizia della vita dei due pescatori. Alle auorità di Nuova Delhi interessava solo riaffermare la propria sovranità alla luce di quanto accaduto. Quando, con il nulla osta delle autorità della Marina Italiana, la nave attraccò in India, probabilmente, le autorità indiane fecero un balzo sulla sedia. Immaginiamo i giudici del Kerala, con la fronte imperlata di sudore, pensare: “Questi sono davvero tornati indietro…ora che facciamo?”.

La sovranità è una recita, ed è più che probabile che gli indiani non si aspettassero realmente che le loro richieste venissero prese in considerazione. Tuttavia quello che gli indiani non calcolarono fu l’incredibile ingenuità italiana.

Ma la commedia del potere non ammette parti fuori copione. Quindi le autorità del Kerala non poterono far altro che disporre il fermo preventivo dei due militari; difendendo la propria sovranità ai danni dell’Italia, l’India, un paese emergente, diede una lezione simbolica sul concetto di azione sulla scena internazionale.

Oggi siamo ad un capitolo conclusivo. Vedremo, per decisione dell’arbitrato di Amburgo, chi dovrà occuparsi della faccenda. Se spetterà all’Italia, tra ipocrite fanfare assisteremo alla scontata assoluzione dei due marò, e magari ad una loro consacrazione al rango di eroi.

Invece se la giurisdizione del caso spetterà all’India, prepariamoci ad una nuova dimostrazione di sovranità, e chi vuole – io lo farò – inizi a pregare per i marò.

di  Marco Moggia