L’Italia è al terzo posto nella classifica dei Paesi europei che più facilitano i riciclatori. Sul podio si trova in compagnia del Lussemburgo, da sempre porto franco per criminali della finanza, e, a sorpresa, della Germania. È quanto racconta il report Cinquanta sfumature di fisco creativo, curato da Eurodad, un network internazionale di 46 ong internazionali (tra cui big come Action Aid e Oxfam) che si occupano di lotta all’evasione e riciclaggio. Il capitolo italiano è stato curato dall’ong Re:Common.

Il rapporto si concentra su 15 Paesi e analizza come hanno recepito la direttiva europea antiriciclaggio della fine del 2014 e come si sono attrezzati per combattere l’evasione fiscale. Germania e Lussemburgo, ai primi due posti del ranking, durante il dibattito in Europa su come fermare chi ricicla denaro sporco, non si sono mai dichiarati a favore delle costruzione di registri pubblici dei beneficiari ultimi delle aziende e delle fiduciarie, passo fondamentale per la lotta al riciclaggio. L’Italia a parole ci ha provato, ma non nei fatti, come afferma il rapporto.

La segretezza è pericolosa: shell company, trust, fiduciarie, holding anonime sono il nascondiglio per tutti, dagli elusori fiscali fino ai riciclatori di denaro sporco o dittatori, ricorda il rapporto, tanto che la direttiva prevede entro il 2015 che tutti gli Stati membri creino registri con gli effettivi proprietari dei trust. Un miraggio.

Lo scandalo di Swissleaks, l’inchiesta giornalistica condotta proprio un anno fa da una squadra di giornalisti dell’International Consortium for Investigative Journalism, e il precedente Offshoreleaks svelarono i nomi dei beneficiari di oltre 130mila holding anonime in cui figuravano, tra gli altri, l’ex dittatore delle filippine Ferdinand Marcos e Ilham Aliyev, rampollo della famiglia che ha costruito e governato da sempre in Azerbaijan. Uno studio della Banca Mondiale su oltre 150 scandali finanziari nei Paesi in via di sviluppo ha mostrato come nel 70% dei casi si utilizzassero società schermo, anonime, con sede in Paesi sviluppati. La storia recente, come il caso della Lista Falciani, con i nomi dei risparmiatori europei della banca Hsbc che hanno portato offshore i loro risparmi, insegna che spesso sono gli stessi istituti di credito d’Europa a suggerire di schermarsi dietro società anonime.

Per disinnescare questo meccanismo un passo fondamentale è il registro pubblico dei beneficiari ultimi, che cancellerebbe la possibilità per le aziende di avere dei prestanome: l’Italia, come la Francia, si è sempre detta disponibile alla sua realizzazione. Ma nei fatti, ricorda il rapporto, si è accontentata di una pubblicazione previo “legittimo interesse” di chi chiede i dati: una formula per tenerne nascosta la maggior parte. A questo si aggiungono le preoccupazioni della Banca d’Italia, che a metà 2015 ha segnalato le transazioni sospette dei 12 mesi precedenti: 71.500, un numero in costante ascesa (nel 2013 le segnalazioni erano state 7mila in meno). Un segno tangibile del rischio riciclaggio.

L’altro grande fronte delle nuove direttive europee, la cui ricezione è caldeggiata da tutti i più importanti osservatori internazionali (vedi l’Osce, ad esempio) è quello della lotta all’evasione. Il giudizio del report sulla politica di Matteo Renzi, riportato in un’analisi del Paese disponibile solo nella versione inglese del rapporto, è molto duro: la direzione presa dal nostro premier “solleva grossi dubbi sull’impegno a combattere effettivamente l’evasione fiscale”. Il motivo? Il presidente del consiglio a parole ha detto che non avrebbe fatto sconti a nessuno (nel novembre 2014 diceva alla Guardia di Finanza: “Sono finiti i tempi dei furbi”), nei fatti ha creato un sistema fiscale a misura di multinazionale, fatto di accordi ad personam per scontare qualcosa sul totale delle tasse che si dovrebbero pagare. Il primo anello debole è proprio il tax ruling, l’accordo fiscale tra grande azienda e Paese. Lo strumento è sempre più utilizzato, nonostante l’Antitrust della Commissione europea il 21 ottobre abbia considerato illeciti i vantaggi fiscali ottenuti in questo modo da aziende come la Fiat in Lussemburgo.

Secondo un advisor fiscale anonimo intervistato nel rapporto, il regolamento potrebbe diventare “un modo molto interessante per migliorare l’attrattività degli investimenti in Italia”. Ma a quale prezzo? Dover pagare multe salatissime come ha fatto poi il Lussemburgo dopo la condanna? Il secondo anello debole sono i “patent box”, accordi per una detassazione anche di oltre il 50% dei proventi per i big proprietari di brevetti intellettuali. Lo strumento è sotto indagine in tutti i Paesi che già l’hanno adottato, come Gran Bretagna e Irlanda. E l’Italia è l’ultimo Stato dell’Ue ad avere introdotto questo strumento, anche qui nella speranza di attrarre investimenti, anche forzando le regole comunitarie.

L’ultima nota dolente in materia fiscale è per gli accordi siglati con i Paesi in via di sviluppo. Si tratta di misure che il rapporto giudica spesso inique, in cui si usano gli investimenti dei Paesi occidentali come ricatto per ottenere un regime fiscale vantaggioso nei Paesi più poveri. Anche in questo settore, comunque, Berlino è peggio di Roma: i tedeschi in media ottengono accordi per le loro aziende che vanno a investire all’estero che prevedono sconti delle aliquote di ritenuta alla fonte di oltre 3,5 punti percentuali, “cifra ben oltre la media degli altri paesi oggetto del presente studio”, si legge nel rapporto. In Italia la cabina di regia di questi accordi è l’Eni: i trattati si stilano a seconda dei desideri dell’azienda del cane a sei zampe. Un esempio? A metà 2014 la società annuncia l’allargamento dei propri interessi nella Repubblica del Congo Brazzaville, Paese dove opera dal 1968. Poco dopo, Renzi sigla un trattato fiscale con il presidente Denis Sassou N’Guesso. I contenuti di quell’accordo, al momento, non sono ancora stati resi pubblici.